Vita Sylvestri


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Vita Silvestri
 

 

VITA DEL SANTISSIMO SILVESTRO CONFESSORE E MIRABILE EREMITA.

INIZIA IL PROLOGO ALLA VITA DEL SANTISSIMO SILVESTRO CONFESSORE E MIRABILE EREMITA.

Al reverendo padre e signore in Cristo fra Bartolo, priore dell'eremo e dell'Ordine di Montefano, Andrea, ultimo dei monaci, augura gloria perenne in Cristo vero Dio e uomo glorioso.

La paternità vostra non ignora affatto, o benignissimo padre, come coloro che uscivano dall'Egitto e si incamminavano verso la terra promessa dovessero percorrere la via regia, senza de viare né a destra né a sinistra (1). Ora se, in conformità all'insegnamento dei santi dottori, per « via regia » dobbiamo intendere l'umiltà e la dottrina del nostro Salvatore e la fede dei padri che ci hanno preceduto, cose che ad alcuni sembrano stoltezza e follia, non dobbiamo imitare coloro che, indietreggiando con il cuore e allontanandosi dalla via (2)diventano come un arco allentato (3) e, impigliati come sono nei lacci delle cose mondane, non seguono le orme dei santi ma vengono piuttosto deformati dall'astio della maldicenza e dai principi della sapienza umana.

Chiunque abbia retto giudizio, infatti, sa benissimo che, trascurando l'umiltà e la fede, ne segue tanta difficoltà per l'esercizio della virtù e altrettanta inclinazione per i vizi che conducono alla perdizione Perciò noi che, avendo abbandonato le ricchezze e i piaceri del mondo, siamo usciti dalle tenebre dell'Egitto e siamo ormai scampati dalla tirannide e dal dominio del faraone, dobbiamo andare verso la terra celeste, cioè la patria, attraverso la via regia in spirito di umiltà e con sincero desiderio; anzi non possiamo forse mostrare tale via anche ai posteri con la parola e con l'esempio affinché l'aver trascurato l'utilità del prossimo non deponga in futuro a nostra condanna e rovina? (4).

E siccome non si possono assolutamente passare sotto silenzio le gesta del nostro santissimo padre Silvestro, la cui vita fu insigne per tante virtù, ricca di tanta grazia, illustrata da tanti miracoli, voi comandate a me, suddito della paternità vostra, di occuparmi della cosa e di affidare allo scritto un'opera di così alta santità. Ma mentre il pio ardore del vostro desiderio mi spinge ad obbedire a tale comando, la molteplice mole del lavoro me ne distoglie, mio malgrado, sia perché non ho alcun merito da vantare e la mia incapacità non mi lascia sperare che possa scrivere in una forma degna una materia così ardua e santa, sia perché, se per caso mi dovesse uscire qualcosa di sconsiderato, alcuni, leggicchiando irriverentemente e badando soltanto alla eleganza della forma, non abbiano a togliere ogni credibilità alle mie parole giudicandole ingannevoli e false. Mentre, dunque, per questi motivi la mia mente si sgomenta, la speranza nondimeno sale in alto, confidando (5) in colui che ai propagatori della fede concede di poter dire la verità, secondo la parola ardente della Verità stessa: « Non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che dà a voi la grazia di parlare » (6). Egli è infatti quello Spirito dei sette doni, che dal 1 inizio ha aperto la bocca dei muti e rende eloquente la lingua dei bambini (7). L'altro motivo che mi dà coraggio e materia per la narra zione è la vita mirabile di un cosi grande padre, giacché dove non arriveranno i limiti della mia incapacità supplirà la grandezza dei suoi meriti (8); perciò non tengo in alcun conto i pre testi dl coloro che per invidia cercano di opporsi a questo fedele proposito. La dottrina di Cristo infatti si fonda non sulla sublimità dei ragionamenti o su discorsi di sapienza, ma soprattutto sulla fede e sulla verità (9). Veramente mi ritengo poco adatto a presentare la condotta di vita di un tanto uomo, conoscendomi anche povero di scienza e senza facilità di parola; tuttavia, con stile rozzo, senza cercare la grazia dell'espressione (10) e lasciando da parte i « fiumi » di molti avvenimenti, con parole semplici racconterò soltanto le « gocce » della sua vita, delle sue virtù e dei suoi miracoli che mi sono stati piamente riferiti da alcuni suoi discepoli degni di fede. Pensando poi anche al rischio che correrei tacendo, e temendo di incorrere nella condanna del servo che, ricevuto da Dio un talento per farlo fruttificare, scavò in terra e lo nascose(11), mi metterò all'opera sorretto dall'aiuto divino. La terza causa che mi spinge a intraprendere questo lavoro è il merito della santa obbedienza, che non cesserà di sorreggere i miei sforzi, affinché non corra rischi nell'affidare allo scritto un argomento così santo, bensì lo possa trasmettere sia pure con parole non erudite ma almeno con fedeltà. Ecco, padre: ho voluto premettere all'opera questa povera piccola prefazione perché si sappia che in tale tentativo non ho usato l'eleganza ma ho voluto prima cimentarmi in una piccola cosa e quasi togliere la ruggine dalla lingua, per potermi poi accingere ad un racconto più ampio. Voglio innanzitutto avvertire il lettore che se dovesse rite nere impossibili o difficili alcune cose che leggerà di questo santo, partendo dal punto di vista e dalla mentalità comuni, non le misuri col metro delle proprie possibilità, ma secondo la dignità dei santi e la perfezione di quelli che hanno riferito i fatti.

E allora ciò che sembrava superare le capacità dell'uomo lo giudicherà non solo possibile, ma anche pieno di dolcezza. INTERPRETAZIONE ED ETIMOLOGIA DEL NOME Silvestro deriva da « sile », che significa luce e terra, quasi luce della terra, cioè della Chiesa. Giustamente vien detto luce, perché dimostrò di avere in sé la luce delle buone opere con 1' esempio di una vita perfetta, la luce della verità e della cono scenza divina che predicava agli altri.

Oppure Silvestro deriva da « silva » e « trahens », perché egli con la parola e con l'esempio attirava alla fede e all'esercizio della perfezione cristiana uomini selvaggi, rozzi e duri.

Oppure deriva da « sileo siles » perché, essendo egli quieto nel silenzio e nella rinunzia ad ogni desiderio terreno, la sua speranza era riposta nelle cose celesti.

Oppure Silvestro significa « colui che sta nella selva ». ciò appare dal sito dei suoi monasteri costruiti tutti nei boschi e in luoghi solitari. Lo stare fisso in un luogo, infatti, è proprio di coloro che lottano, che contemplano, che perseverano. Egli in fatti lottò contro il demonio con il voto di obbedienza, contro il mondo con il voto di povertà, contro la carne con il voto di castità; attraverso un'assidua meditazione arrivò a ritenere vane le cose del mondo, velenose le diaboliche, effimere le mondane. E in tutto questo perseverò con perfetta fedeltà sino alla morte (12),

 

1. INIZIA LA VITA DEL SANTISSIMO SILVESTRO CONFESSORE E MIRABILE EREMITA

Silvestro, uomo di Dio e servo di Dio, era originario di Osimo Nobile per discendenza paterna fra gli altri della sua stessa città, non era meno ornato di fede e di virtù, poiché come cresceva esteriormente in età, cosi ancor più rifulgeva interiormente nelle virtù e nelle buone opere(l3). Suo padre, Gislerio, perito in diritto civile, inviò suo figlio Silvestro ancora adolescente a Bologna (14) e a Padova con l'or dine di dedicarsi allo studio della scienza legale. Ma in seguito Silvestro sapientemente abbandonò un tale studio (15), perché non gli accendeva affatto il cuore alle cose divine e incominciò ad anelare con tutto il desiderio ai fiumi della pura teologia (16) Lasciato dunque lo studio delle leggi, assetato della conoscenza delle sacre Lettere, vi si applicò con tanto ardore da arricchirsi in poco tempo sia del fiorire ore della scienza sia della sottilità dell'ingegno. Pur vivendo ancora gli anni della fanciullezza e della adolescenza, Silvestro non seguiva le negligenze e i vizi di quell'età (17) e non si lasciava andare né a conversazioni pericolose né a chiacchiere inutili né a scurrilità, ma ascoltava soltanto quanto si di ceva per edificazione e questo non lo dimenticava anzi lo imprimeva tenacemente nella memoria. Attingeva allora alle sorgenti del Salvatore 18) con animo sitibondo l'acqua della sapienza salutare, che poi riversò dalla melliflua bocca ad utilità e vantaggio di tutti. Queste e molte altre lodevoli cose le ha riferite, e la sua narrazione è degna di fede, il venerabile uomo e devoto di Dio Benvenuto che ora regge come pastore la città di Osimo e che allora fu suo compagno nelle scuole. Dopo che si fu istruito in maniera adeguata, non tanto per l'assiduità nello studio quanto per dono di Dio che gli infondeva la scienza, ritornò in patria. Quando il padre Gislerio si accorse che Silvestro, rinunziando allo studio del diritto, si era dedicato a quello della Sacra Scrittura, prese la cosa molto di malanimo e lo privò ingiustamente della sua conversazione per dieci anni di seguito. Silvestro sopportò con somma pazienza tale prova sforzandosi di piacere sempre di più con cuore puro all'eterno Padre, creatore di tutte le cose (19). Per i meriti della sua vita fu poi assunto tra i canonici della chiesa cattedrale della città di Osimo. Accettato l'ufficio, non lo adempiva negligentemente, anzi attendeva con maggiore vigilanza all'orazione e alla predicazione: per questo era amabile e caro a Dio e al popolo (20). Acceso poi da zelo di carità e temendo Dio più che gli uomini, non esitava a riprendere, com'era giusto, il suo vescovo che conduceva una vita non proprio esemplare. Il presule però, ricevendo la correzione di Silvestro come frecce di un feritore e vedendo inoltre che la predicazione di lui era accolta dal popolo più favorevolmente della sua, mosso da invidia e gelosia cercava in tutti i modi di cacciarlo senza pietà dal beneficio canonicale.

2. ISPIRAZIONE DELLA SUA CONVERSIONE

In quel periodo di tempo morì un nobile e fu portato alla chiesa dove era Silvestro; i canonici, aprendo un sepolcro nel cimitero di detta chiesa, vi scorsero il cadavere di uno sepolto, non ancora ridotto in polvere e orribile a vedersi. Silvestro a tale vista sentì un fremito per le vene e, tutto tremante, così prese a ragionare con se stesso « Quello che lui era, io lo sono; quello che lui è, io lo sarò ». Quell'uomo infatti, con giunto a Silvestro per parentela, era stato in vita assai avvenente. Osservando come la bellezza e l'avvenenza di lui si erano cambiate in fetore insopportabile e in putredine, secondo le esigenze della condizione umana, Silvestro, quasi accogliendo un avvertimento dal cielo, decise di mutare in meglio la propria vita. Mentre, infatti, se ne tornava in camera, gli vennero in mente quelle parole del Signore: « Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua »(21); e comprese che erano dette proprio per lui. Inoltre, esaminando con diligenza nel segreto del suo cuore la lotta e l'invidia del suo vescovo, come anche la vanità e brevità della vita umana, spessissimo nella veglia veniva portato dai suoi pensieri al Montenegro, posto nelle regioni d'oltre mare. Inoltre, come in seguito ebbe a narrare, veniva in sogno condotto ad altri luoghi solitari e deserti che poi di persona, nella realtà trovò tali e quali gli erano stati mostrati. Silvestro decise dunque di ritirarsi nella solitudine (22), abbandonando del tutto la gloria del mondo. A quel tempo i canonici dormivano a due a due nelle loro celle; egli una notte se ne uscì di nascosto dalla stanza e la porta della sua camera si aprì con tanto silenzio ciò che prima non avveniva senza gran rumore), che mai lo potrebbero credere coloro che non conoscono le vie del Signore. Silvestro rese grazie di questo al Creatore di tutte le cose e in quella stessa notte fece venire con la massima segretezza un pio uomo di nome Andrea perché lo aiutasse nel suo progetto. Udendo con religiosa attenzione il proposito di Silvestro, Andrea lo tenne nascosto e gli prestò 1 aiuto che poté (23). Usciti ambedue dalla città nel silenzio della notte, giunsero a un luogo dove Silvestro non aveva a temere di essere ritrovato da parenti e conoscenti. Allora l'uomo di Dio rimandò indietro con i cavalli Andrea (il quale in seguito visse sotto la sua guida), e tutto solo con straordinario fervore si mise a cercare i recessi più nascosti di quel Luogo deserto. II primo eremo dove Silvestro prese dimora si trovava presso il castello di un nobile di nome Corrado e distava circa trenta miglia da Osimo. Dopo che ebbe passati lì alcuni giorni, egli venne trovato, rivestito dell'abito clericale, da alcuni servi di Corrado, i quali si diedero premura di riferire al loro signore ciò che avevano scoperto.

3. IL PRIMO EREMO, PRIMA E SECONDA GROTTA IN CUI SI RIFUGIÒ

Corrado dunque, presi con sé alcuni uomini, si diresse a quel luogo solitario per vedere l'uomo di Dio: Io trovò e lo riconobbe, giacché l'aveva incontrato nella curia del marchese a difendere energicamente i diritti della propria chiesa. Corrado ascolto con la massima attenzione il motivo della sua presenza, comprese il lodevole proposito e tutto contento lo condusse in una grotta dove giornalmente gli mandava il necessario per vivere. Siccome però in quella grotta gocciolava acqua dall'alto continuamente per tutta la settimana, Silvestro non vi rimase a lungo. Infatti il benignissimo dispensatore di ogni beneficio gli aveva preparato un'altra dimora più nascosta. Un sacerdote, dunque, considerando che egli non avrebbe potuto resistere a lungo ai disagi che doveva sopportare in quella grotta, si diede amorevolmente premura di condurlo in un'altra alquanto più lontana, dove in seguito Silvestro avrebbe costruito un monastero. Vistala, l'uomo pieno di Dio ringraziò Dio e il sacerdote e la scelse come a sé adatta per servire il Signore con il verso del salmista « Qui », disse Silvestro, « sarà il mio riposo, qui abiterò (24 ), perché tante volte il Signore mi ha rivelato in visione che dovevo scegliere questo luogo ». Là dunque attendeva al digiuno e all'orazione con assiduità, avanzando ogni giorno di virtù in virtù (25). E invero, come in seguito ebbe a narrare ai fratelli circa la povertà di quel luogo, spesso per il pasto quotidiano si preparava soltanto erbe crude, dato che era ignoto agli uomini. Silvcstro pertanto, abbandonate le vanità del mondo e quasi dimenticando le cose di quaggiù, con tutto il pensiero e il desiderio si elevava ogni giorno a quelle più degne di essere amate, vale a dire alla dolcezza delle cose celesti. Egli poi era bello di aspetto, casto nel corpo, devoto nei pensieri, affabile nel colloquio segnalato per la prudenza e la temperanza, ardente nella carità, sollecito nella pazienza, saldo nell'umiltà e nella stabilità: in una parola, fioriva davanti al Signore con ogni genere di virtù (26 ).

4. ADOZIONE DELL'ABITO E DELLA REGOLA DI SAN BENE DETTO

Volendo il Signore manifestare più ampiamente quel prezioso tesoro a comune utilità, si cominciò a diffondere dappertutto la sua fama , tanto che un gran numero di religiosi e di fedeli accorreva a lui; conosciuto il suo felice proposito e il suo fervore, tutti riportavano alle loro case nel fondo dell'animo la più grande ammirazione e devozione. Molti di quei religiosi cercavano di trarlo al loro Ordine e di fargli accettare il loro abito e la loro regola. Silvestro umilmente rifiutava i loro inviti, perché ancora non aveva riflettuto con attenzione sulla regola e l'abito da adottare. Però da quel momento cominciò a pensare seriamente quale forma di vita religiosa gli convenisse abbracciare. Ed ecco che mentre non era né del tutto sveglio né piena mente addormentato ma come rapito in estasi e quasi posto fra 1 uno e l'altro stato, vide presentarglisi alcuni santi insieme ai loro discepoli, con in mano la propria regola e rivestiti dell'abito con il quale umilmente avevano militato su questa terra sotto Cristo vero re (28). Quei santi lo salutarono e gli chiesero: « Vuoi, o figlio Silvestro, adottare la nostra regola e il nostro abito? ». Egli, abbassando il capo in silenzio, rifiutò. Ritiratisi poi quei santi, si presentò un venerabile vegliardo con alcuni monaci, portando l'abito che sarebbe stato adottato in seguito dal servo di Dio Silvestro: era il beato Benedetto il quale, dopo averlo salutato, gli manifestò subito il suo nome. Quindi il venerabile Benedetto lo invitò a scegliere decisamente la sua regola e il suo abito. Silvestro, tutto contento e pieno di immenso gaudio, abbracciò con entusiasmo in cuor suo l'esortazione del beatissimo Benedetto e gli disse: « Ti ringrazio, venerabile padre, io indegno e povero servo, perché ti sei degnato di farmi visita mentre mi trovavo nel dubbio e nell'angoscia: farò ciò che mi consigli ». Silvestro poi raccontò che, ritiratosi il beatissimo Benedetto egli ricevette con immensa gioia il medesimo abito con il quale gli si era mostrato vestito il beato Benedetto da un venerando monaco di nome Pietro detto Magone. Così deposto il vecchio vestito clericale e ricevuto l'umile abito monacale, si sottomise umilmente al giogo della regola monastica e come atleta di Dio entrò nel campo di battaglia per combattervi con perseveranza. Talvolta gli venne anche il desiderio di recarsi nelle regioni di oltremare per poter servire il Signore più liberamente. Ma il misericordioso Signore dispose diversamente perché nella sua efficace provvidenza, come credo, non volle che la provincia del la Marca fosse privata della presenza di un tanto uomo.

5. IL PRIMO COMPAGNO CONOSCIUTO PER ISPIRAZIONE DIVINA

In quel tempo due religiosi prudenti e saggi furono inviati dal sommo pontefice nella Marca per una visita canonica al clero. Essi, udendo la fama dell'uomo di Dio, si affrettarono a recarsi da lui. Quei religiosi esaminarono la sua dottrina, ammirando non poco il suo tenore di vita così edificante e testimoniarono di aver trovato in lui molto più di quanto era stato loro detto. E, presi da un'ardente devozione verso di lui, cercarono di attirarlo al loro Ordine, ma il santo, ricusando con parole umili e delicate, non aderì ai loro inviti. Allora quei religiosi, legati del sommo pontefice, vedendo la sua purezza e l'ardore della salvifica penitenza, desistettero dalle loro richieste; soltanto lo esortarono con premura a cercarsi un compagno, dicendogli che non doveva vivere da solo nell'eremo. Poi salutatolo, se ne partirono per proseguire la missione di cui erano stati incaricati. Giunti a Recanati, in un monastero di monache trovarono un religioso di nome Filippo e gli parlarono con ammirazione di Silvestro, elogiando la sua vita santa; e lo mandarono dal servo i Dio che si trovava distante quasi quaranta miglia da quel monastero. Filippo, prestando fede alle parole di quei saggi uomini, si mise alla ricerca del servo di Dio e dopo molte fatiche giunse alla grotta dove se ne stava Silvestro. Appena lo ebbe visto, Silvestro lo chiamò ad alta voce col proprio nome rivelatogli per grazia divina Filippo, sentendosi chiamare per nome da uno che non lo aveva mai veduto o sentito nominare, oltremodo stupefatto e preso da ammirazione, rendeva grazie al Creatore di tutte le cose. E dopo essersi formato alla scuola dell'uomo di Dio e aver passato lungo tempo con lui, rese l'anima a quel Signore che lo aveva creato.

6 IL SECONDO LUOGO: L'EREMO DI MONTEFANO

L'uomo di Dio Silvestro cominciò a costruire dei monasteri e a radunare in essi degli uomini per il servizio di Dio (29), non cercando relazioni con i secolari ma scegliendo piuttosto luoghi solitari e deserti a preferenza delle città. Costruì dunque il secondo eremo su un monte alto e selvaggio chiamato Montefano, e tale di nome e di fatto, anche l'accesso al medesimo è da ogni parte faticoso e difficile. Il monte difatti era così solitario e selvaggio che nessuno, per quanto maturo di età, vi si avventurava senza compagnia, perché il tortuoso serpente per i più costituiva un pericolo. Nel detto eremo costruì un oratorio al beatissimo Benedetto e con quegli uomini che indirizzava alla santità con la dottrina e con l'esempio della sua vita lodevole costituì una comunità di monaci di non piccolo numero. Essi indossavano una veste ruvida, non conoscevano varietà di vivande, né entrava nella loro bocca quanto potesse allettare la gola, ingombrare il ventre e solleticare lo stomaco. Cacciata dunque dall'eremo di Monte fano una moltitudine di demoni, il servo di Dio vi organizzò un gruppo di uomini giusti che con il suo insegnamento formava secondo la regola monastica. Così nel luogo dove quasi era abbondato il peccato, sovrabbondò la grazia (30). La gente poi accorreva a frotte all'uomo di Dio per ricevere da lui con desiderio e devozione i consigli della santa predicazione e, ammirando il suo tenore di vita, si raccomandava insistentemente alle sue preghiere(3l). Egli era di aspetto angelico, pieno di fede, risplendente di sapienza, benevolo nell'ospitalità, generoso nell'aiuto materiale, attento alla predicazione, sollecito nel guidare i fratelli, assiduo nella santa meditazione egregio e dotto predicatore, pietoso visitatore degli infermi, consolatore degli afflitti (32) Non chiudeva gli occhi sui vizi dei sudditi ma, al loro spuntare, con carità li estirpava fin dalle radici(33). Non poteva essere separato dal l'unione con Cristo né da minacce né da terrori né da lusinghe né dal mutare degli eventi(34). Saldamente radicato nella fede del Signore Gesù Cristo (35), aveva la massima sollecitudine per il prossimo con la predicazione e con le elemosine. Offriva ai persecutori lo scudo della pazienza, ai credenti la parola di vita, ai bisognosi e ai deboli Ia misericordia; niente di arrogante, di superbo o di borioso nel suo atteggiamento.

7 . MANSUETUDINE DI UN LUPO MESSO A CUSTODIA DELLA SUA CELLA

Il santo uomo spandeva tanto profumo di umiltà e mansuetudine (36), che non solo attirava a sé uomini selvaggi e insofferenti di ogni freno con la forza della sua dolcezza, ma gli stessi animali feroci e pericolosi per l'uomo, voglio dire i lupi, perduta la loro fierezza e ferocia, si mostravano miti e mansueti contro la propria natura. Una volta, quando egli se ne stava ancora solo nell'eremo di Montefano, vennero a fargli visita dal castello di Fabriano, che è posto quasi ai piedi del monte, tre uomini uno dei quali è ancora vivo, anche se molto vecchio. Quei tre rinvennero Silvestro mentre si rifocillava con un semplice pane nei pressi di una fonte di acqua fresca di sorgente che scaturiva nella parte declive del monte (37). Lo trovarono non in compagnia di uomini, non attorniato da una schiera di servi, non mentre si saziava con fiore di frumento e vino prelibato, ma che sosteneva la debolezza del corpo con un grossolano pane d'orzo e con acqua di sorgente; ed ecco, prostrato ai suoi piedi c'era un lupo. Quando il santo uomo li vide, fece cenno al lupo con la mano, aggiungendo con le parole: « Ritirati, ritirati! Ho altri ospiti da accogliere . Alla sua voce, subito il lupo si alzò e, dimenando la coda, a testa bassa, si inoltrò rapidamente nei recessi dell'eremo per il sentiero indicatogli. Quei tre gli dicono: « Perché, fratello, permetti che rimanga con te un animale così feroce? ». Rispose loro il santo: « Carissimi, quella bestia feroce che avete visto mi è stata data da quando mi trovo in questo posto solitario: essa sorveglia la mia celletta come custode fedelissimo. A ogni ora che voglio si presenta pronta e disposta ad obbedire; non osa fare quanto le viene proibito ed eseguisce prontamente quanto le viene comandato ». Udite tali cose e saziatisi della dolcezza di colloqui spirituali, quelli se ne tornarono alle loro case con cuore ardente di devozione. Non c'è da meravigliarsi se un animale tanto feroce si sia mostrato obbediente e sottomesso al servo di Dio. Infatti, dal momento che la sua anima era perfettamente soggetta al Creatore e non trascurava alcuno dei divini precetti, sembrava quasi che avesse riacquistato l'antico dominio sopra tutte le creature irragionevoli, concesso nella creazione al primo uomo (38)

8. MOLESTIE RECATE DAL DEMONIO ALLA PORTA DEL MONA STERO

Il santo uomo aveva disposto il monastero come un giardino paradisiaco(39) in una terra solitaria e impraticabile dove, riprodotti i fiori dei principianti, messi gli alberi dei proficienti e ben fondate le piantagioni dei perfetti, godeva dei frutti abbondanti di tutte le virtù, rivolgendo lo sguardo della beata contemplazione alle altezze della sola divinità. E non è possibile nemmeno a una lingua eloquente e veloce rievocare dettagliatamente quanta fosse la sublimità della sua condotta di vita, quanti gli assalti dell'antico avversario (40) e quanta l'invidia contro i primi fiori di perfezione dei suoi discepoli. Né c'è da meravigliarsi di questo; perché, sotto la guida dell'uomo di Dio, il tortuoso serpente nemico del genere umano (41) vedeva i vecchi, dimentichi della loro vecchiaia, partecipare alle sacre veglie e i giovani, soffocata la loro esuberanza giovanile, assistere con senile gravità al culto divino: avevano nelle mani il salterio, nel cuore devoto i salmi; vedeva questi attendere alle sacre letture, quello applicato all'orazione, questi piangere per i suoi peccati passati, quello gioire nelle lodi di Dio, questi trascorrere le notti in veglia, quello digiunare, tutti contendersi a vicenda gli impegni di pietà(42). Di notte si levavano a benedire l'altissimo Creatore (43); la sera, la mattina e il mezzogiorno narravano e celebravano le sue lodi (44) e tutta la loro sollecitudine si volgeva al culto divino. Il demonio correva da tutti e da ciascuno, correva dal padre spirituale e dai figli e da tutti ricavava delusione e motivo di scorno. Che fare? Non riuscendo il nemico del bene a estirpare nel coro la devozione, nel letto la purezza, nel refettorio la frugalità, nel chiostro la lettura, nei laboratori la virtù del silenzio, volge la sua astuzia a nuove forme di molestia(45). Ecco che una notte, nella prima ora del riposo, viene all'ingresso del monastero costruito nel predetto eremo di Montefano e picchia alla porta esterna con colpi così ripetuti e fragorosi, che non solo si sveglia il portinaio, ma anche tutti gli altri che dormivano in monastero. Il portinaio accorre pronta mente all'uscio, apre lo sportellino ma non trova nessuno; chia ma a gran voce, ma non riceve alcuna risposta; stupito, richiude la porta e torna in cella. Ma mentre egli, che si chiamava fra Prospero, si trovava nella sua cella, la porta del monastero viene ripetutamente percossa e urtata con più violenza e più rumore di prima. Udito ciò, il portinaio, levatosi tutto tremante e insieme meravigliato, entra di corsa in dormitorio per chiamare qualcuno dei fratelli. Ma omai erano già stati tutti svegliati da quegli insoliti colpi e allora alcuni di loro seguirono il portinaio: aprono la porta e realmente non trovano nessuno. Ancora più sbalorditi, ritornano ai propri letti; ma, passato un brevissimo intervallo, spaventati dal rumore di colpi ancora più forti e gagliardi ripetuti per la terza volta, tutti i fratelli si recano alla cella dell’ uomo di Dio e gli espongono quanto stava accadendo. L'uomo di Dio non ignorava affatto ciò che si stava compiendo contro di lui e i suoi discepoli: l'adorabile misericordia divina gli aveva rivelato da chi provenisse quell'irritante audacia e quella inutile provocazione. Acceso di zelo per le anime, il santo, accompagnato da alcuni fratelli, si reca con fierezza e tranquillità alla porta e, forte della parola di salvezza, così rintuzza il maligno spirito presente: « Vergognati, perverso spirito: tu che ti innalzavi fino alle stelle (46), stanco dell'impeto dei tuoi assalti, capisci una buona volta che nell'ultimo giorno rimarrai pienamente sconfitto e privato del sommo bene. Ti inganni di molto e ti illudi, giacché il genere di armi da cui ti riprometti vittoria, contribuisce alla nostra corona. Ritirati subito, impudente, e affrettati a recarti nel luogo dei tuoi tormenti ». Immediatamente al comando di chi così gli ordinava, il demonio strepitando e urlando, si gettò con tale impeto per i di rupi del monte e per il fondo delle valli (47) che tutta la montagna sembrava scuotersi dalle fondamenta e andare in rovina e distruzione.

9. LA PIETRA CHE DIVENNE LEGGERA QUANDO VI SALÌ SOPRA IL SANTO (48)

Un'altra volta l'uomo di Dio si trovava nel predetto eremo e i fratelli, non molto distanti, volevano trasportare al monastero una pietra pensando di adoperarla per l'altare. Per sollevarla uscirono dal monastero tutti i monaci, eccettuato l'uomo di Dio e chiamarono in aiuto anche alcuni secolari. Afferrano la pietra per trasportarla; ma essa risulta tanto pesante come se avesse le radici e fosse ancora attaccata saldamente alla roccia; si sforzano ancora di sollevarla, ma non riescono neppure a smuoverla. Allora capiscono chiaramente che lì sopra doveva essersi sdraiato lo spirito maligno(49), visto che nessun tentativo era valso a spostarla. Chiamato dai fratelli, accorre il santo uomo e, tracciato il segno della vivifica croce, sale sopra la pie tra e con amabilità esorta i portatori a muoversi risolutamente. Incredibile! All'intervento del servo di Dio la pietra diventa tanto leggera che tutti si meravigliano grandemente, perché essa sembrava non avere più il peso di una pietra ma di un lievissimo legno. E così quella pietra che prima non si poteva neppure smuovere fu trasportata al monastero senza la minima difficoltà. E tutti, riconoscendo la potenza di Dio nel suo servo Silvestro, resero infinite grazie al Creatore.

10. MALIGNITÀ DEL DEMONIO CHE LO FA PRECIPITARE DALLE SCALE E INTERVENTO DELLA GLORIOSA VERGINE CHE LO RIALZA

Sempre nello stesso monastero di Montefano, il maligno spirito, messa in opera tutta l'audacia della sua malizia, con maggior violenza e vigore adoperò le sue forze contro il servo di Dio. Una notte, mentre soffiava un vento fortissimo e pioveva a dirotto, l'uomo di Dio scendeva per una scala all'oratorio per recarsi a lodare il Creatore; avvenne che per inter vento del demonio inciampò nei suoi passi e precipitò col capo all ingiù Preso da ogni parte da forti dolori e coperto da gravi ferite, chiamò aiuto con quanta voce poteva; ma per la violenza del vento e per la pioggia a dirotto non poteva essere udito dai fratelli già intenti all'ufficio notturno; se tentava di rialzarsi, il dolore delle membra peste lo ricostringeva immediatamente a terra. Congelatesi perciò le ferite per essere egli rimasto molto sulla terra fredda, si acuirono ancor più i dolori; e, venendo a mancare le forze, sembrava svanire ogni speranza di salvezza e avvicinarsi la morte Allora l'uomo di Dio Silvestro si volse tutto alla preghiera nel segreto del suo cuore e, rivolgendosi alla Regina della misericordia la beata Vergine Maria a cui si era completamente affidato, con insistenti grida interiori la pregava di non permettere che fosse privato così all'improvviso della vita corporale in assenza dei suoi figli. Diceva questo non perché volesse evitare la morte, che anzi desiderava continuamente con tutto l'ardore del suo animo nella fiduciosa convinzione che attraverso di essa sarebbe entrato nella vita eterna; chiedeva soltanto che fosse un pochino differita a consolazione dei suoi discepoli. Mentre egli così la invocava, gli si presentò all'improvviso la Regina della misericordia e, praticandogli delle salutari unzioni, non solo fece scomparire ogni dolore pur lasciandogli i segni delle ferite, ma preso il suo corpicciolo in un attimo lo trasportò nella sua cella. Subito dopo la beata Vergine scomparve e l'uomo di Dio, oltremodo stupito per la degnazione di tanta visita, si accese ancor più nella devozione verso di lei. I fratelli intanto si erano meravigliati che l'uomo di Dio non fosse sceso, com'era solito, all'oratorio per l'ufficio notturno conoscerne la ragione. Vedendo la sua faccia coperta di lividi e piena di sangue, gliene chiesero il motivo. Egli però indugiò alquanto a manifestare il fatto, ritenendo che ciò gli fosse suc cesso per i suoi peccati. Dopo alcuni giorni finalmente manifestò Il miracolo a molti fratelli, alcuni dei quali sono ancora viventi.

11. L UOMO CHE LO SCHIAFFEGGIÒ IN UNA GUANCIA E VENNE IMMEDIATAMENTE COLPITO DALLA LEBBRA

In quel tempo un giovanetto di Fabriano di nome Servolo andò dall'uomo di Dio con il desiderio di farsi monaco e, gettatosi ai suoi piedi, domandava con insistenza che gli venisse concesso l'abito della santa religione per servire sotto il suo magistero il Creatore di tutte le cose. Alla domanda Silvestro non acconsentì subito, facendogli presenti le cose dure e aspre per le quali si va a Dio (50), al fine di provare più chiaramente se la sua volontà fosse da Dio. Dato che quegli dimostrava il proposito fermo e stabile di sopportare ogni avversità, lo ricevette benevolmente e lo associò al corpo della comunità secondo la procedura stabilita dalla Regola (51) Ma siccome ogni cambiamento improvviso non avviene in genere senza contrasti, i parenti del predetto Servolo, quali persone attaccate solo alle cose del mondo, in tutta fretta salirono al monastero, armati e pieni di furore; saputo come erano andate le cose, proruppero scioccamente in un pianto dirotto e uno di loro, stesa la mano, colpì con uno schiaffo il servo di Dio Silvestro alla vista di tutti; poi, preso il ragazzo, lo trascinò con violenza fuori del monastero. padre di mirabile pazienza ricevette l'ingiuria con tanta mitezza che non solo non proruppe in alcun lamento, ma anzi presentò l'altra guancia per mettere in pratica alla lettera quel precetto Il evangelico che dice: « Se qualcuno ti avrà percosso in una guancia, porgigli anche l'altra » (52). Ma la divina giustizia non volle che una colpa si esecranda rimanesse impunita dal momento che custodisce e difende i suoi servi come la pupilla degli occhi(53). Infatti quello scellerato, di nome Trasmondo che aveva steso la mano con tanta violenza contro il servo di Dio, subito dopo la sacrilega percossa, colpito dalla divina vendetta incorse nella malattia incurabile del la lebbra. Così appariva chiaramente che la divina Maestà vigilava con sollecita cura sopra il suo servo, dato che alla gravità della colpa segui immediatamente una pena adeguata. Quegli dunque portava il castigo del suo peccato e tutti i rimedi cercati dai medici contro la malattia non gli recavano alcun giovamento. Alla fine rientrò in se stesso e, deposta la violenta disposi zione d'animo, tornò con una fune legata al collo dal servo di Dio che aveva offeso a chiedere scusa per l'oltraggio; si gettò ai piedi del santo uomo, domandò perdono con il volto irrigato di copiose lacrime e alla presenza del servo di Dio riconobbe che giustamente pativa quella pena quale punizione della sua grande e temeraria arroganza. Il venerabile padre porse la mano all'uomo prostrato ai suoi piedi, tutto lieto per la penitenza che quegli faceva del suo reato e interponendo per lui la preghiera al Signore onnipotente, gli concesse la grazia della sua benedizione. Non appena ricevuta la benedizione, Trasmondo sentì di essere inondato dalla divina virtù e, scomparso il male della lebbra pur conservandone i segni nella faccia, per merito dell'uomo di Dio ricuperò la salute. Così ebbe la grazia della guarigione proprio lì dove per la temeraria audacia era incorso nel castigo. È veramente sublime e meraviglioso che il Signore abbia concesso con sì ineffabile liberalità tanta potenza di miracoli e tanta pazienza al suo fedelissimo servo mentre era ancora in questo vaso di corruzione (54).

12 GUARIGIONE DEL FRATELLO SUO PRIMO DISCEPOLO CHE ERA RATTRAPPITO

Un fratello di nome Filippo da Varano, che per un certo periodo di tempo il santo uomo prese con sé come compagno, fu così mal ridotto da acerbi dolori che, rattrappite le ginocchia, era impossibilitato a camminare e non risentiva alcun beneficio delle cure dei medici (55). Il pio servo di Dio Silvestro, mosso a compassione per le sue sofferenze, andò da lui che giaceva malato nel monastero di S. Pietro del Monte nella diocesi di Osimo; pregò per lui il Signore onnipotente e, imponendo le mani sulle ginocchia rattrappite, fece su di esse il segno della croce. Subito il fratello infermo ebbe la sensazione che a quel contatto la grazia divina lo avesse tutto pervaso e, allontanatisi tutti i dolori, le sue ginocchia incurvate subito si raddrizzarono emettendo un certo scricchiolio Per cui ringraziò fervidamente il Creatore di tutte le cose e andò sempre più crescendo nella devozione verso Sil estro.

13. GUARIGIONE DI UN FANCIULLO DEL CASELLO DI GUALDO

Passando una volta Silvestro per il castello di Gualdo, i cui abitanti lo veneravano oltre ogni dire, vi fu ospitato insieme a due suoi monaci Allo spuntare del giorno seguente, quando egli con i fratelli stava proseguendo il viaggio intrapreso, una donna uscita dalla città prese a gridare fortemente come la cananea (56): « Servo di Dio, abbi pietà di me e aspetta! ». Udendo tali grida, l'uomo di Dio si fermò e l'aspettò. Ella cadde ai piedi di lui, pregando per il figlio il quale aveva alla faccia una malattia così incurabile che, a giudizio di tutti i medici, non c'era alcuna speranza di guarigione. Rispondendole dolcemente, egli uscì in queste parole: « Non sono forse, o donna, anch'io mortale come gli altri uomini e partecipe della loro fragilità? Queste sono opere degli apostoli, non mie » (57). Ma a queste parole si accresceva ancor più la fede della saggia donna, la quale con maggior fede insisteva nella sua domanda. Allora il pio uomo Silvestro, considerando la fede della donna come anche l'e stremo bisogno del fanciullo infermo, fatto un segno di croce sul crudele morbo, invocò la divina clemenza dicendo: « Dio onnipotente, non guardare ai miei peccati, ma alla fede di questa donna (58) e manifesta con abbondanza la tua bontà sul suo io affinché, liberato da tale orribile infermità, si riconosca in lui la tua potenza e la tua forza ». E i fratelli che erano con lui risposero « Amen ». Al segno della croce e alla preghiera del l'uomo di Dio, seguì immediatamente la virtù divina che, fermando il flusso della terribile e purulenta piaga, concesse la grazia della guarigione al fanciullo infermo.

14 LA DONNA LIBERATA DAL MAL DI CAPO AL CONTATTO DEI PELI DELLA SUA BARBA Una donna di Fabriano, che tra le altre gentildonne di detto castello si distingueva per la sua nobiltà, soffriva da lungo tempo di un fortissimo mal di testa e non poteva essere guarita da nessun rimedio dei medici di questo mondo (59). Allora nacque nella sua mente l'ispirazione del medico eterno (60) ed ella cominciò a ragionare tra sé: « O se potessi avere alcuni peli della barba del venerabile uomo Silvestro, guarirei certamente da questa infermità che mi tormenta! ». Riflettendo su ciò con attenzione, inviò di nascosto un messaggio al di lui barbiere, pregandolo che le portasse per il suo male alcuni peli della barba dell'uomo di Dio Silvestro. Il barbiere, che si chiamava Corto sonno, vedendo la fede e la fervente devozione della nobildonna, portò all'inferma alcuni peli tagliati dalla barba del venera bile uomo Silvestro. La saggia donna, ricevuti i peli, piena di fede e di gioia, toccò con essi il capo infermo con somma devozione e al loro contatto immediatamente sparì ogni dolore e in seguito la donna non soffri mai più di tale disturbo.

15. L INCENDIO DOMATO AL SUO COMANDO Una volta l'uomo di Dio, sceso al castello di Fabriano, stava dormendo di notte nella casa che aveva 1; quand'ecco nell'abitazione dei figli del signor Rinaldo di Rigoio, per la furia del vento, si sviluppò un forte e violento incendio a causa dell'imprudenza della loro serva. Il fuoco si appiccò anche al locale dove erano ammassate quasi seicento fascine e le fiamme si levarono tanto in alto da eguagliare la cima della torre. Subito si adunò grande massa di popolo per estinguere l'incendio; gli sforzi erano tanti ma inutili e il risultato quasi nullo. Tutti poi avevano gran timore che il fuoco avesse a bruciare le altre case della città. A tale scompiglio di popolo il servo di Dio si era già svegliato e ricevette un'ambasciata dai figli del signor Rinaldo, Bertoldo e Corrado, a lui molto affezionati, con preghiera che si degnasse andare a casa loro. Essi credevano fermamente che la sua preghiera valesse più degli sforzi di tutti gli altri per estinguere l'impeto del furioso incendio. Il santo uomo, mosso a compassione, subito corse da loro e, postosi sulla cima di una scalinata di pietra, chiese un pane d'orzo e dopo averlo benedetto lo gettò nel fuoco dicendo: « Ti ordino, o fuoco, da parte del Signore nostro Gesù Cristo di consumare questo pane come tua porzione e di non procedere oltre; racchiuditi in te stesso e riduciti senza bruciare altro ». Che più? Subito la sua preghiera fu esaudita dal cielo donde egli aspettava l'aiuto; il fuoco, consumatosi in obbedienza al suo comando e restringendosi in se stesso, si ridusse in cenere, lasciando intatte le altre cose, come aveva ordinato il santo.

16 L INCENDIO AL CASTELLO DI SERRA ED ESTINZIONE DEL FUOCO ALL APPARIRE DI LUI

Una volta il santo uomo si trovava nel monastero nelle vicinanze del castello di Serra San Quirico, dove aveva costruito una chiesa in onore di Dio e del beato Bartolomeo. Ad un tratto, richiamato da un grande schiamazzo che proveniva dal medesi mo castello, vi discese in tutta fretta e trovò che un incendio, sviluppatosi in una casa, si era propagato per l'alzarsi di un fu roso vento e stava consumando anche le altre abitazioni del detto castello. Vedendo egli che gli uomini inutilmente impiegavano tutti i loro sforzi contro la furia del fuoco, si arrestò per un po' e, invocata la divina clemenza, alla vista di tutti, fece un segno di croce in direzione delle fiamme. Cosa mirabile! Il fuoco obbedì cosi immediatamente che l'impeto della furia devastatrice fu ricacciato indietro come se un fiume in piena avesse diretto il suo corso contro di essa. Arrestato in tale modo l'incendio per i suoi meriti ed estinto fuoco nella parte da esso già invasa, il resto della città rimase intatto come prima. Per questo fatto si accrebbe la devozione e la stima per il venerabile padre da parte degli abitanti del castello, i quali andavano raccontando si grande miracolo anche a coloro che non Si erano trovati presenti.

17 LO ZOPPO RISANATO DURANTE LA SUA PREDICAZIONE

Un'altra volta nella stessa città di Serra San Quirico Silvestro, ardente di zelo per le anime, con ardore e grande foga oratoria proponeva al popolo la parola di Dio. Accorreva alla sua predicazione una folla di persone di ambo i sessi e riceveva il cibo spirituale, ristorandosi con grande brama. Ora uno zoppo, nato cosi dal seno di sua madre, trascinandosi per terra con le ginocchia e con le mani, si recò per divina misericordia alla sua predicazione. Ci fu chi gli disse: « Infelice, avvicinati ai piedi del santo uomo che sta ora predicando, perché egli ti potrà ottenere la grazia della guarigione ». Gli si aprì subito il passaggio e il povero zoppo, giunto fino ai piedi dell'uomo di Dio, pieno di fede afferrò audacemente il bastone con il quale egli sosteneva la sua vecchiaia. Avvertendo ciò il santo uomo nel corso della predica, chinò lo sguardo sullo zoppo e subito il suo cuore fu pervaso da un senso di viva pietà. Si volse tutto alla preghiera dinanzi al volto della gloria e al co spetto del Signore della maestà; poi, udito da tutti, disse allo zoppo: « Alzati, figlio; alzati, figlio! ». Questi, alle parole del santo, avvertì l'infusione della divina potenza; e, riconsolidatesi le gambe, si alzò in piedi a lode e gloria del Creatore e tutto contento se ne tornò a casa sua. Il popolo con le mani aperte ed elevate verso il cielo supplicava il Signore e rendeva grazie con immensa gioia a Dio e al santo uomo VolIe così la divina clemenza mostrare nel suo servo come era opportuno seguire quella fede da lui predicata al popolo, che veniva confermata così chiaramente da fatti miracoIosi.

18. UMILTÀ DI SILVESTRO E SPIEGAZIONE DELLA SCRITTURA FATTA DAL SANTO UOMO FRA SIMONE.

Il santo uomo si abbassò a tale abisso di umiltà che non si lasciava prendere da alcun moto di umana vanità o dalle lodi, ma respingeva qualsiasi onore rivolto alla sua persona con la stessa energia con cui il superbo rifugge da ogni umiliazione Non solo non riteneva il proprio parere superiore a quello de gli anziani, ma lo considerava inferiore a quello di tutti gli altri indistintamente sentendo in tutto bassamente di se stesso(6l) E se gli capitava talvolta qualche passo oscuro nelle divine Scritture, ricorreva all'orazione o a qualcuno fervente nell'amore di Dio, senza guardare se era a lui superiore o inferiore nella conoscenza delle Scritture Una volta, mentre si trovava nel cenobio dell'eremo di Montefano intento a leggere il profeta Geremia, s'imbatté in un passo oscuro ad intendersi, credo perché si rendesse palese la sua umiltà e la santità dell'altro; e, nonostante su di esso passasse parecchi giorni nella preghiera e nella meditazione, non riuscì a capirlo come desiderava. Allora, animato da spirito di umiltà, decise di ricorrere ad un suo discepolo e suddito, un uomo santissimo di nome fra Simone, analfabeta e completamente digiuno di lettere, per ottenere da lui la spiegazione del passo si di resse così al monastero di Ripalta che distava dall'eremo di Montefano quasi diciannove miglia. Questo fra Simone era un uomo di tanta santità e purezza che quando diceva qualche cosa, essa, piena com'era di buon senso, non cadeva mai a vuoto (6) Colto il tempo e iI luogo opportuni, il santo uomo gli si rivolge con parole dolci e umili: « Carissimo figlio fra Simone, ti prego in nome di Dio di rivelarmi e spiegarmi il senso che il Signore vorrà ispirarti circa il tal passo della Scrittura ». L'amico di Dio rispose al padre spirituale: « Perché, o padre, ti prendi gioco di un tuo suddito, cieco e che mai ha appreso le lettere? ». Aveva infatti un occhio offuscato da una macchia bianca. « Siete voi sacerdoti che dovete insegnare le cose sante e istruire gli altri, non io ». Allora il padre spirituale soggiunse: « Fra Simone, figlio mio, ti ho chiesto questo non per prendermi gioco di te, ma perché il lumini il mio intelletto circa il detto passo della Scrittura ». Considerando allora fra Simone l'umile modestia del padre spirituale nascose il volto tra le mani, levando gli occhi al Signore che dona la saggezza ai semplici (63); e al padre spirituale che glielo ordinava spiegò il senso del passo richiesto in modo tale che questi con l'intelligenza pienamente appagata se ne ri tornò all'eremo di Montefano, contento non solo per la spiegazione della Scrittura, ma anche per la grazia e la santità trovata nel suo discepolo e suddito, il quale aveva meritato da Dio tale grazia non per acutezza di ingegno, ma per dono infuso.

19. PROFEZIA DELLO STESSO SUO SANTO DISCEPOLO FRA SIMONE

Un figlio saggio è gloria del padre (64): perciò il padre spirituale si compiaceva del progresso dei suoi figli spirituali e soprattutto di quello del predetto servo di Dio fra Simone, per mezzo del quale Dio operò chiari e manifesti miracoli sia durante la sua vita che dopo la sua morte. Così un giorno, mentre l'uomo di Dio Simone si recava per la questua a Rocca Contrada, ecco tre donne di servizio che se ne andavano per la strada con le anfore per attingere acqua; una di esse cantava a voce spiegata come sogliono fare le donne Avvicinatosi a loro, egli prese a riprendere aspramente quella che cantava e le disse: « Tu non dovresti cantare, o donna, ma piuttosto piangere; sbrigati e va a confessare i tuoi peccati senza indugiare oltre perché la morte ti è vicina ». E ripeté più volte queste parole. La donna allora se ne parti da lui con non poco timore, portò a casa l'acqua attinta alla fonte e, tutta tremante, riferì alla padrona quanto le aveva detto per strada l'uomo di Dio. La padrona, conoscendo la santità dell'uomo di Dio, rispose alla serva: « Non sena fondato motivo il santo uomo suole uscire in queste o simili frasi: i suoi detti, infatti, sono da tutti ritenuti come un oracolo, essendo la sua mente perfettissimamente unita a Dio (61), Va' subito in fretta a confessare i tuoi peccati a un sacerdote per non correre il rischio della con danna finale ». Allora la serva persuasa dal suggerimento e dal consiglio della padrona, andò da un sacerdote, con tremore e dolore manifestò piangendo tutti i suoi peccati e ottenne da lui la grazia della assoluzione. Ciò fatto, tornò a casa e tranquillizzò la sua padrona di essersi confessata bene. Cosa mirabile e stupenda! In quello stesso giorno quella serva terminò la sua vita.

20. PRODIGIOSA RIVERENZA FATTA DA UN CILIEGIO AL SUO PREDETTO DISCEPOLO

Il Signore operò per mezzo del predetto fra Simone anche un altro evidente miracolo, dato che egli era unito a Dio con tutta la sua mente (66) e, contemplando ogni opera della creazione e ammirandone la bellezza e l'armonia, ne dava lode al loro artefice. Passando per una via lungo un campo ben coltivato, l'uomo di Dio scorse un ciliegio ricoperto di ori bianchi. A tale spettacolo, si pose in ginocchio e, alla vista dei molti presenti, rese grazie al Creatore trattenendosi un po' in preghiera con gli oc chi fissi al cielo, credendo di non essere veduto da nessuno. Quel li che erano lì vicino attendevano per vedere che cosa avrebbe fatto il servo di Dio dopo la fervente preghiera. Quando que sta ebbe termine, la divina clemenza volle rivelare quanto gran de fosse la pura semplicità e la grazia divina del santo Simone Mentre infatti egli si alzava in piedi, l'albero carico di fiori abbassò no a terra per riverenza i rami fioriti e spinse giù le cime fino ai piedi del santo uomo. Tutte queste cose le osservarono con grande ammirazione e stupore i quaranta e più secolari presenti: tra di loro c'erano il signor Atto da Sassoferrato e altri gentiluomini i quali per la loro grande devozione fecero divulgare un miracolo così evidente.

21 IMPRECAZIONE LANCIATA DAL PREDETTO SUO DISCEPOLO AD UN CANE IL QUALE VENNE IMMEDIATAMENTE SBRA NATO

Nel villaggio di Ripalta un contadino aveva un cane feroce e abituato a mordere, che avventava molti sbranandoli. Il santo uomo andò dal contadino e prima l'ammonì parecchie volte con le buone di disfarsi di quel cane tanto pericoloso; poi gli proibì espressamente di tenere presso di sé il cane assassino dicendogli: « Perché tieni con te un omicida? Assolutamente devi cacciarlo via e sbrigati a farlo perché non abbia in seguito a danneggiare più nessuno » Ma il contadino trascurò con disprezzo di eseguire l'ordine. Allora l'uomo di Dio, udendo che molti si lagnavano del cane e che il padrone non l'aveva cacciato via, mosso a compassione di quelli che avevano riportato danno, andò in compagnia di altri alla casa del contadino, tutto acceso di zelo e di carità; e, trovato il cane feroce, si arrestò e gli lanciò questa maledizione: « Un lupo solo non basterebbe a portarti via; ne vengano subito due e si affrettino a trascinarti via sbranandoti ». Cosa mirabile! Alla parola e all'imprecazione di lui seguì subito la divina giustizia che era presente allo spirito del santo uomo: due lupi feroci vennero immediatamente davanti al giaciglio del cane, lo afferrarono, lo sbranarono, lo portarono via e non ri comparvero più. Ecco quale intimità con il Signore aveva raggiunto l'uomo di Dio, che qualunque cosa avesse chiesto deliberatamente a Dio, meritava subito di ottenerla! E poiché egli era in tutto soggetto al Creatore nell'obbedienza, sembrava che lo stesso Creatore obbedisse ad un suo cenno. Talvolta per obbedienza, presosi con le dita per il naso, si girava torno torno al comando del superiore, senza di cui non osava far nulla.

22 AMMONIZIONE PROFETICA AD ALCUNI NOBILI CRUDELI

Alcuni nobili che risiedevano nel castello o rocca posta in località « Le Sassa della Rossa », sulla via che conduce a Jesi, si abbandonavano alla rapina e al saccheggio, tanto che nessuno poteva passare di 1ì senza pericolo di morte. E la fama della loro crudeltà si era talmente sparsa e divulgata per la zona e per tutta a provincia della Marca, che quella strada veniva frequentata raramente e solo da chi fosse attorniato da un buon numero di compagni. Accadde un giorno che il santo uomo Silvestro, mentre andava al monastero dell'Isola d'Isaac, si incontrasse con due di quegli uomini cosi celebri per la loro crudeltà. Egli, spinto da zelo per la giustizia usci come era suo costume in parole di correzione e di caritatevole ammonimento, dicendo loro: « Perché, miserabili, siete presi da tanta crudeltà? Perché non temete il giudizio di Dio che è vicino? Cessate di fare il male, imparate a fare il bene (67). Convertitevi a Dio con sollecita penitenza per ché il giudizio di Dio e la sua ira presto verranno e infieriranno contro di voi ». Ma essi non parvero accettare i suoi avvisi e rimproveri, ma piuttosto li detestarono e li respinsero. Se ne tornano gli infelici alla propria abitazione e il terzo giorno per disposizione divina vengono miseramente uccisi da un loro nipote il santo uomo Benedetto da Fabriano e altri due monaci che erano suoi compagni di viaggio parlavano tra loro delle cose fatte e dette da lui e si studiavano di conservarle con tenace me moria: essi narrarono spesso agli altri fratelli questa profezia

23. UNA CIECA RIACQUISTA LA VISTA AD UN SEGNO DI CROCE DE L S ANTO

Una donna di Fabriano di nome Tommasa, fìglia di Pascuzio, perduto il dono della vista già da molti anni, non vedeva quasi più nulla come se fosse cieca dalla nascita. Ella era tanto addolorata da non poter più vivere. Le venne dall'alto un raggio di salutare consiglio: infatti, divulgatasi la fama della grande santità dell'uomo di Dio per il castello di Fabriano e per tutta la regione, la donna infiammata di zelo e di devozione verso di lui, si fece condurre al cenobio di S. Benedetto di Montefano dal servo di I)io Silvestro. Inginocchiatasi con umiltà e riverenza innanzi a lui, lo supplicò insistentemente a voler fare un segno di croce sui suoi occhi privi di luce. Il servo di Dio ebbe pietà della donna inferma e afflitta e, stese le dita, toccò la parte anteriore della sua testa; poi, tracciandole un segno di croce sugli occhi, disse: « Donna, va' in pace (68) e se nostro Signore ti farà oggi qualche grazia, non lo dire a nessuno ma rendi grazie a lui che può illuminare i ciechi e rischiarare le loro tenebre (69) La donna, non senza speranza, si alzò lieta da terra e se ne tornò verso la città; prima di arrivare a casa, riacquistò completamente il dono della vista. Ma, trascurando l'ammonimento del servo di Dio, si studiava di divulgare il grande miracolo come debito di riconoscenza e ringraziava più che poteva Dio e il suo servo.

24. MIRACOLOSO ALLUNGAMENTO DI UNA TRAVE

Una volta il servo di Dio faceva edificare un fabbricato nel cenobio di Montefano. Condotte a termine le pareti della costruzione, il capomastro stava per tagliare una trave; il santo uorno lo avvertì: « Carissimo, prima di collocare nella parete i capi di questa trave, misurala tre volte e poi tagliala ». Ma quegli, disprezzando in cuor suo le parole e il consiglio di lui e con fidando maggiormente nelle proprie capacità, tagliò la trave sen za misurarla. Poi la issò e cercò di collocarla nella parete, ma non poté assolutamente perché ne mancava un pezzo: era più corta della misura necessaria. Egli allora, ricordatosi delle parole che gli aveva dette il santo uomo, rimase tutto confuso, capi d'aver sbagliato e, davanti a lui, riconobbe con rossore il suo torto. Vedendo ciò, l'uomo di Dio gli disse: « Va', figlio, e poni nella parete la trave perché Dio ti aiuterà ». Quegli rispose: « Questo non è possibile, padre, perché la trave non raggiunge la misura richiesta ». Allora il santo uomo, prendendo in mano la trave, disse al capomastro: «Tira l'estremità della trave dalla tua parte, che io la tirerò dall'altra ». Cosa mirabile e incredibile! il legno che era troppo corto si allungò, in modo che non si trovo mancante, ma raggiunse la misura necessaria. Si meraviglia il capomastro, si meravigliano i suoi compagni di fronte a così manifesto miracolo e con tutto il cuore prorompono in lodi a Dio e al suo santo.

25. MIRABILE VISIONE AVUTA PRESSO IL SEPOLCRO DEL SI GNORE

Giorno e notte l'uomo di Dio Silvestro effondeva copiose lacrime dai suoi puri occhi al pensiero del Signore dell'universo, quale per noi servi prese la forma di servo (70) e per trentatré anni e oltre attese alla nostra salvezza su questa terra, fu arre stato, legato, crocifisso; e si assoggettò a tutto questo per amore degli uomini. Spessissimo mentre i fratelli dormivano(7l), meditando la passione di Cristo mortificava il suo corpicciolo con dure per cosse, accompagnandole con la recita dei sette salmi penitenziali. Nella vigilia della santissima Risurrezione del Signore, mentre in chiesa veniva cantato alla benedizione del cero quel passo memorabile del preconio pasquale: «O inestimabile potenza del 1 amore, per riscattare lo schiavo hai sacrificato il Figlio! » (n), si immedesimava come ferro infuocato in Cristo sofferente e prorompeva in un pianto dirotto tanto da eccitare alle lacrime anche gli astanti, e soprattutto da sembrare che il suo spirito che sosteneva le membra stesse per staccarsi dal corpo. Una volta, pieno di tanta dolcezza a quel ricordo, preso da un soave rapimento, ha l'impressione di essere condotto nella Gerusalemme terrestre Entra in un giardino bellissimo e ameno e vede tre donne avvolte da una luce meravigliosa in ginocchio presso un sepolcro venerando Egli desiderava ardentemente co il segreto del loro devoto atteggiamento; e, avvicinandosi a poco a poco al sepolcro, diceva di aver letta chiaramente questa iscrizione posta sul sepolcro stesso che mai per l'innanzi aveva letta né sentita leggere: « Queste venerano nel giardino il vincitore della morte » (73). Il santo uomo capì allora che quel lo era il sepolcro nel quale il Salvatore del mondo aveva riposato per tre giorni; poi, rivolto di nuovo lo sguardo al luogo dove stavano le venerabili donne, non le vide più. Di tale con solante visione ringraziò immensamente Dio e conservò sempre impresso nel cuore (74) il segno della passione di Cristo.

26. ALTRA SINGOLARE VISIONE E MIRABILE EFFETTO CHE NE SEGUÌ

Una sempre maggior abbondanza di grazia riempiva l'uomo dl Dio il quale, crescendo sempre più e accendendosi intensamente nella devozione alla Vergine santissima, venne da lei arricchito del privilegio e del dono di uno speciale favore. Una notte mentre si trovava solo, terminata la preghiera, fu preso per un certo tempo da un sonno improvviso; e gli parve, in modo più evidente del giorno, di essere trasportato al luogo dove la gloriosa Vergine diede alla luce il Salvatore del mondo, di essere condotto in una chiesa e lasciato lì davanti all'altare per attendere all'orazione All'improvviso, alla destra dell'altare appare la Regina (75) della misericordia, il cui splendore superava quello del sole, e con volto lieto e parole suadenti si ri volge al suo devoto in questi termini: « O figlio Silvestro, vuoi ricevere il corpo del mio figlio, il Signore Gesù Cristo, che io vergine concepii, vergine diedi alla luce, rimanendo sempre ver gine dopo il mirabile parto? »(76) A questa visione e a queste parole egli fu colto da immenso stupore; non appena ebbe ripreso un po’ d'animo, con grande trepidazione rispose: « Il mio cuore è pronto, o Signora, il mio cuore è pronto (77 ). Si compia la tua volontà in me, benché indegno ». Allora ella con le venerande sue mani gli diede la santissima comunione. In forza di essa, la sua intelligenza fu illuminata da tanta luce che da allora in poi non incontrò più nulla di difficile o di oscuro nelle divine Scritture. E quale meraviglia che l'intelletto del santo uomo fosse riempito della luce di una conoscenza più profonda e gli fosse data una intuizione più limpida dopo la comunicazione di tanta grazia illuminante? Poteva mancare di qualche miracolo colui al quale si rendeva presente il Re stesso, la madre del Re, il Redentore del mondo? O uomo felice al quale è sollecita ad andare incontro la madre del Salvatore! Ella che altra volta lo aveva soccorso ferito nel corpo ora lo arricchisce di doni abbondanti In seguito l'uomo pieno di Dio, illuminato di spirito profetico, cominciò a predire il futuro(78) e a rifulgere di miracoli ancora più strepitosi.

27 PREDIZIONE DELLA MORTE DI UN TALE CHE PREPARAVA IL SEPOLCRO PER UN ALTRO

Il santo uomo non nascondeva sotto terra il talento (79) della scienza a lui dato perché sapeva di averlo ricevuto per farlo fruttificare; e perciò veniva chiamato spessissimo dai canonici della chiesa del beato Venanzo martire del castello di Fabriano a esporre al popolo la parola di Dio. Passando un giorno vicino al cimitero di detta chiesa accompagnato da molti nobili, notò un tale che stava facendo preparare la fossa per un certo Diotisalvi, ammalato molto gravemente e, secondo il giudizio dei medici, senza più alcuna speranza di guarigione. Silvestro chiese a quel tale: « Carissimo, per chi fai aprire questo sepolcro? ». Quegli rispose: < Per un certo Diotisalvi ». Procedendo oltre, il santo disse a quelli che erano con lui: « Sono veramente imperscrutabili i giudizi di Dio (80) e nessuno comprende la sua sapiente predisposizione. Ecco in verità un morto che prepara la tomba a un vivo! ». Nessuno 11 per lì comprese il senso di quelle oscure parole, ma tutti in silenzio vi riflettevano tenendo bene a mente quella frase misteriosa. Frattanto colui che era gravemente infermo guari, e quel lo che faceva scavare la fossa si mise a letto per un improvviso malore con febbre altissima e, aggravatasi la malattia, poco dopo spirò e fu sepolto nella tomba che aveva fatto preparare per l'altro. E così l'evidenza dell'accaduto spiegò a tutti chiaramente le parole del santo uomo che sul momento erano rimaste incomprensibili.

28. GUARIGIONE DI UN CIECO (81)

Un cieco nato, conosciuta la fama del santo uomo e cominciando a nutrire fede e devozione verso di lui, andò al monastero di Montefano dove dimorava l'uomo di Dio e chiese con insistenza ai fratelli di poter parlare con lui. I fratelli presenti, considerando il fervore con cui insisteva, andarono alla cella dell’uomo di Dio e lo pregarono umilmente di dargli udienza. Uscì egli, che tanto amava il prossimo e gli chiese con umiltà che cosa desiderasse Il cieco, udendo la sua voce, trasalì di gloia in cuor suo e, gettato via il bastone di cui si serviva come guida, si prostrò ai piedi del santo uomo gridando a gran voce: « Abbi pietà di me, padre santo, abbi pietà di me ». Il santo uomo, sollevandolo da terra con le sue mani, gli domandò: « Che cosa chiedi figlio, che cosa chiedi? ». E il cieco: « Nient'altro chiedo, o santo di Dio, se non che tu preghi il Signore per me e che sulle mie tenebre tu tracci un segno di croce ». Stese subito la mano l'uomo di Dio e, implorata la divina clemenza, fece un segno di croce verso la sua faccia. A tal segno e alla fervorosa preghiera l'occhio della divina misericordia riguardò dall'alto il cieco che, in quello stesso momento, cacciate le tenebre della cecità, conseguì per i meriti di lui il dono di una vista chiara e di un nuovo senso. A tale miracolo assistettero, fra gli altri che erano presenti, Egidio, monaco dell'Ordine Camaldolese, e il santo uomo fra Giovanni dal Bastone. Ma l'uomo di Dio volle tenere nascosto questo prodigio e procurò di farlo finché visse.

29. L ACQUA MUTATA IN VINO (82)

Non si può passare sotto silenzio ciò che il Signore dell'uni verso concesse nella sua liberalità all'uomo di Dio presso il castello di Cingoli, nell'ospedale di Spineto. Un giorno, mentre era in viaggio, fermatosi per rifocillarsi presso il detto ospedale, fu accolto da tutto il personale con grande deferenza e subito venne preparato il necessario per la refezione. Egli sedette a mensa con molti nobiluomini allora presenti e presero il cibo insieme. Venuta a mancare l'acqua in tavola, il santo uomo si rivolse di persona agli inservienti dicendo loro: « Per piacere, carissimi, portatemi dell'acqua e versatemela ». Quelli afferrarono subito un recipiente per attingere acqua, corsero alla fontana e portarono il vaso pieno all'uomo di Dio che ne aveva fatto richiesta. Egli, come era suo costume, fece prima un segno di croce sull'intero recipiente e poi ordinò che gli si versasse un bicchiere. Il servo, credendo di dare al padre seduto a tavola l'acqua che egli aveva richiesta, riempì invece il bicchiere non di acqua ma di ottimo vino. Rimase stupito il servo a vedere s grande miracolo e, dopo aver vuotato del vino il recipiente di nuovo corse alla fontana ad attingere purissima acqua L'uomo di Dio fece ancora il segno della croce ed essa si mutò in ottimo vino. « Perché hai fatto una tal cosa, figlio? », disse egli al servo, « perché hai fatto tal cosa? Ho chiesto che mi si desse dell'acqua non del vino ». Il servo gli rispose. « Ti assicuro, padre, che io ho portato a voi seduti a tavola acqua purissima attinta alla fonte ». Soggiunse Silvestro: « Non ti dispiaccia, o figlio, tornare ancora alla fontana e por tarmi dell'acqua in un vaso pulito ». Il servo si premurò di eseguire subito l'ordine con rispetto. Egli stese la mano e fece sull'acqua per la terza volta il segno della croce alla vista di tutti i commensali. Il servo si affrettò a versare l'acqua, ma da tutti venne gustato dell'ottimo vino. A questo miracolo furono presenti molti nobili, fra i quali il pio uomo fra Albergatore che era di stanza nello stesso ospedale; e lo riferì più volte ai forestieri anche Uguccione che ora è vescovo della città di Jesi, il quale ricordava spesso di essere stato presente al fatto. Viene esaltato con lodi il santo uomo da parte di tutti e viene acclamato quale autentico servo di Dio; egli però, fuggendo sapientemente tale onore, si ritirò in fretta nella solitudine.

30 . UNA DONNA LIBERATA DAL DEMONIO

Una donna della città di Cagli, posseduta dal demonio da lungo tempo, veniva di continuo tormentata da esso con violenza. I suoi parenti la conducevano sovente in varie chiese. Al maligno spirito che la vessava fu chiesto per merito di quale santo dovesse cessare dall'opprimere cosi crudelmente la donna Egli, costretto nel nome di Cristo dinanzi a cui ogni ginocchio si prostra (84), diede questa risposta: « Perché vi faticate a condurre in varie chiese questa donna nella quale abito? Tale onore è riservato (85) a Silvestro al cui comando bisogna che io obbedisca ». Si rallegrano vivamente i parenti della donna e si affrettano a condurre l'indemoniata a Roma, ove si conservano le reliquie del beatissimo papa Silvestro. Entrano in città e visitano devotamente la chiesa del beatissimo papa Silvestro, ma il demonio, ripetutamente esorcizzato dinanzi alle reliquie del santo, risponde con voce più forte: « Non da questo Silvestro io debbo essere cacciato, ma da un altro Silvestro sarò costretto, mio malgrado, a subire la mia violenta espulsione ». Tutti si rattristano, poiché ignoravano affatto l'esistenza di un altro Silvestro. La donna tuttavia viene condotta all'altare del principe degli apostoli, ma anche lì, tormentata dal demonio per un certo tempo, gridava con voce lamentevole: « Da Silvestro debbo es sere scacciato, da Silvestro debbo essere scacciato! ». Allora si fece incontro ai parenti un canonico di S. Pietro, di nome Giordano, che nutriva fiducia e fervente devozione verso il servo di Dio Silvestro e li condusse a S. Giacomo di Settimiano. In fatti in quel monastero dimorava allora il servo di Dio Silvestro, a lungo cercato, perché aveva preso di recente quel luogo. Il maligno spirito lungo la via tormentò la donna con tanta violenza come mai aveva fatto per l'addietro. Il previdente canonico si presentò dal servo di Dio ed egli, dietro sua richiesta, si appressò alla donna indemoniata animato dallo spirito di Dio. Quando il santo apparve sulla porta della chiesa, il demonio raddoppiò le sue forze nel tormentare più violentemente la donna. Ella fremeva con i denti ed emetteva bava, presa da contorcimenti come una partoriente, mentre il maligno oppressore non cessava dal gridare: « Ecco, viene Silvestro, ecco viene Silvestro a recarmi oltraggio » (86). L'uomo di Dio disputò per un po di tempo col demonio il quale alla fine, ad un suo comando, abbandonò forzatamente la casa per tanto tempo abitata. La donna poi da quella vessazione fu ridotta in tale stato di pro strazione da sembrare per un momento senza vita (87); riavutasi un po' con del cibo somministratole dal servo di Dio e riacquistate le forze, guarì perfettamente e con i suoi parenti se ne tornò a casa ringraziando Dio.

31 L ACQUA MUTATA IN VINO NEL MONASTERO DI GROTTA FUCILE ( 88)

Nel monastero di Grottafucile, il primo luogo da lui scelto per condurvi vita eremitica, l'uomo di Dio stava facendo scavare una cisterna resasi necessaria per la condizione di quel posto Venuto a mancare del tutto il vino, gli operai se ne lagnavano vivamente; egli allora li consolava dicendo « Voi vedete, o figli che oggi in questo luogo non è rimasto affatto vino; abbiate dunque pazienza per amore del Signore, perché la grazia divina potrà dare in seguito quello che oggi manca » (89) Poi, verso mezzogiorno comandò ai fratelli di portare agli operai assetati e accaldati l'acqua che egli stesso aveva prima benedetto con un segno di croce. Quando gli operai ebbero gustata l'acqua di ventata vino si meravigliarono e, oltremodo stupefatti (90), dice vano: « Come mai, padre, dicevi che in casa non c'era vino, mentre ce ne hai fatto servire dell'ottimo? ». Egli non rispose nulla e si allontanò da essi; ma ai fratelli che sapevano bene quanto era accaduto ordinò che tenessero nascosto il miracolo, desiderando sempre di piacere soltanto agli occhi di Colui che tutto vede (9l).

32. MIRACOLO OPERATO DA SAN CIRIACO MARTIRE AL CON TATTO DELL UOMO DI DIO

Una volta il santo uomo andò a Roma a visitare i suoi monaci per vedere se si comportavano bene nel servizio di Dio. Siccome egli si dimostrava premuroso nel visitare i santi e le chiese, il canonico di S. Pietro di nome Giordano, che abbiamo ricordato sopra, il quale era a lui strettamente legato da amicizia e devozione lo conduce all'oratorio del Beato Ciriaco martire per vederne il capo venerando. Egli prende con sé fra Giuseppe, di venerata memoria, pieno di santità e di grande saggezza che dopo di lui governò degnamente l'Ordine e i fratelli con solIecita cura e impegno, e fra Salimbene che soleva avere come compagno di viaggio; e tutti insieme ottengono dalle religiose del monastero dove esso si conservava il favore di vedere il capo del martire. Vestite di bianco, le monache accendono i lumi e con la debita riverenza e devozione aprono l'arca dove era riposto il prezioso capo del martire. Le monache e il canonico gli dicono: « Va' pure, padre, e prendi nelle tue mani l'urna che contiene il capo per poterlo vedere meglio». Allora l'amico di Dio Silvestro effondendo l'animo suo alla presenza della divinità, prega in ginocchio il Signore della gloria, reputandosi indegno di toccare un oggetto s santo. Infine, presa l'urna, con mano riverente rimuove il velo che ricopriva il capo inaridito Cosa mirabile e da divulgare assolutamente tra i fedeli! L'arido teschio del glorioso martire, che rimontava a tanti anni addietro, al contatto di lui, si mise a stillare vivo sangue tutto intorno. I presenti rimangono pieni di stupore e piangendo esultano insieme nel Signore e magnificano con lodi la santità di Silvestro. L'uomo di Dio poi, di fronte a tanta degnazione del martire e alla grazia di un miracolo così evidente, preso da grande fervore, non poteva trattenere le lacrime; infatti il glorioso martire aveva dimostrato come ci fosse nell'amico di Dio Silvestro il fervente desiderio di morire per Cristo, dato che il loro incontro era stato illustrato da si grande prodigio.

33. IL DENTE DEL BEATO ATANASIO CHE SI STACCÒ MIRA COLOSAMENTE

Il santo uomo poneva tutta la sua sollecitudine nel ricercare le reliquie dei santi, visitando molte e varie chiese. Come un'ape previdente va raccogliendo il miele da diversi ori e lo ripone nelle sue cellette con attenta cura, così egli custodiva nello scrigno della sua memoria le opere e i meriti dei santi in modo da essere sempre più acceso dall'amore per la patria celeste. Una volta arrivò con due fratelli a un monastero della Marca dell’Ordine Cistercense e chiese con insistenza all'abate che si degnasse benevolmente donargli delle reliquie di qualche santo. « Fratello », gli disse l'abate, « nel monastero si conserva una mascella del patriarca sant' Atanasio; ma per quanto molti ve scovi e religiosi abbiano tentato con strumenti di ferro di strappare qualche dente dalla mascella stessa, non vi sono riusciti ». « se non ti dispiace », rispose egli all'abate, « permettici di vedere la mascella; chissà non fosse volontà del Signore e del beato Atanasio di dare e concedere a noi qualche particella delle sue reliquie! Tu acconsenti al nostro desiderio ». L'abate accolse Ia domanda dell'uomo di Dio; ed egli, entrato nel luogo dove erano debitamente custodite le sacre reliquie, pregò per un po' e poi, applicandovi due dita, senza fare alcuno sforzo, tirò via un dente dalla mascella del beato Atanasio, cosa che invece a molti era stato impossibile secondo la testimonianza dell'abate e dei monaci. Così, abbellendo incessantemente la sua vita di tali fiori di virtù e miracoli con il favore della grazia divina, Silvestro correva senza stancarsi, con il crescere delle virtù e dei giorni, verso il premio della gioia eterna (92), Giunto ad età avanzata, intorno ai novant'anni, si mise a letto con febbre ardente (93). Radunati allora i discepoli, li esortò a perseverare in una vita onesta e santa e nelle osservanze monastiche: difatti molti di loro, prima e dopo la sua morte, raggiunsero gloriosamente i vertici della virtù e dei miracoli. Aggravandosi il male, il santo uomo si premunì dei sacra menti cattolici(94) e raccomandando lo spirito al Signore concluse in pace la sua vita piena di giorni e di opere buone. E cosi quella felicissima anima, liberata ormai da ogni sofferenza del corpo, se ne volò alla gloria del cielo con gli spiriti beati (95), come fu mostrato a molti in modo miracoloso al momento stesso della sua morte. Sarebbe stato sconveniente infatti che la divina e ineffabile liberalità la quale aveva ornato di tanti fiori di virtù e di miracoli il suo amico Silvestro mentre era ancora nel carcere del corpo(96), avesse poi privato la sua beatissima morte e la sua uscita dal mondo di segni straordinari e della certezza della sua beatitudine e della sua gloria.

34. BEATA SUA MORTE E APPARIZIONE DI ANGELI CHE POR TANO LA SUA ANIMA IN CIELO

La profondità del disegno di Dio, chiamando il figlio suo Silvestro dall'Egitto(97) alla patria celeste, dimora degli angeli, lo assunse a sé gloriosamente per mezzo degli spiriti celesti, per ché entrasse in possesso della gloria della perenne immortalità Nel momento stesso della sua morte un fratello di nome Gíovanni, uomo di grande pietà e santità, che conduceva vita solitaria nell'eremo di Montefano, fuori del cenobio nelIa parte superiore del monte, vide gli angeli di Dio, che in mezzo ad un meraviglioso chiarore salivano al monastero, prendevano l'anima beata del confessore di Cristo e la portavano festosamente in cielo(98). Si rallegrò il fratello nel vedere la glorificazione del suo padre spirituale e, versando per la gioia copiose e ardenti lacrime, ringrazio con tutto l'affetto del cuore l'onnipotente Iddio. Ma, per la grande umiltà di cui era rivestito questo solitario e felice eremita, differì la rivelazione di tal fatto sino alla sua morte; e per i meriti della sua vita gli fu prestata ogni fede.

35. VISIONE DL CONVERSO GIACOMO E SPLENDORE DEL MONTE AL MOMENTO DELLA MORTE DEL SANTO

Si deve poi aggiungere a maggior gloria dell'uomo di Dio quello che vide e udì un converso di nome Giacomo, uomo di mirabile semplicità e santità. Si trovava dunque questo con verso, il quale aveva educato la sua lingua a non proferire mai alcuna menzogna, in un possedimento del monastero di Montefano per coltivare la vigna. Stanco del lavoro, data l'ora tarda ed essendo già calate le tenebre, voleva andare a riposare; assi curata la porta della casetta, si mise a letto per dormire. Al l'improvviso egli si sentì chiamare per tre volte distintamente da una voce più chiara di quante ne avesse mai udite, con queste parole: « Giacomo, Giacomo, esci fuori subito per poter con templare meglio le meraviglie che in questo momento stanno avvenendo sul Montefano ». Stupito dall'insolita e distinta chiamata, il detto converso si alzò in fretta e, aperta la porta della casetta, non trovò alcuno che potesse averlo chiamato. Ancor più stupito volse il suo sguardo verso Montefano, poiché il pos sedimento si trova di fronte al monte a circa due miglia dal monastero, e vide tutto il monastero e il monte risplendenti di lumi e come di fiaccole (99). Allora il fratello converso fu preso da immenso stupore e non sapeva affatto spiegarsi il perché di una cosa così meravigliosa. Egli dimenticò completamente il lavoro sostenuto durante il giorno, la difficile e faticosa salita verso il monte, fuggì anche il sonno dai suoi occhi dopo aver veduto s gran miracolo; e benché la notte cupa ottenebrasse la vista, intraprese il cammino in tutta fretta e giunse al monastero, il quale è posto nel lato più scosceso del monte. Spinta la porta, entrò nel silenzio della notte profonda(100) e trovò che era morto il servo di Dio Silvestro nella stessa ora in cui egli era stato chiamato; per cui, rallegrandosi sommamente, rese grazie al Creatore.

36. ALTRA MIRABILE VISIONE MOSTRATA IN JESI AD UN FRATELLO SACERDOTE

Un altro miracolo si aggiunse a quello precedente nell'ora stessa della morte del santo uomo. Un fratello sacerdote di nome Bonaparte, il quale si trovava a Jesi in un monastero dipendente dall'eremo di Montefano, avendo chiusi gli occhi al sonno, vide una scala fissata sul monastero di Montefano, la cui estremità toccava il cielo, e schiere di angeli ascendere per essa (101), portare al cielo l'anima di Silvestro e presentarla con somma gioia e letizia al Signore in cima alla scala (102) Svegliatosi per la contentezza, il detto fratello sacerdote chiamò i confratelli e annunziò la morte del padre spirituale narrando loro per ordine la visione avuta. Essi però non gli prestarono fede, perché quel monastero era distante da Montefano quasi venticinque miglia Ma il secondo giorno dalla morte del santo uomo i fratelli, che avevano notato il giorno e l'ora, ne ricevettero la notizia (103) e così la verità manifestata per rivelazione divenne certezza per l'evidenza del fatto.

37. STRAORDINARIO PROFUMO EMANATO DAL CORPO DEL SANTO UOMO

I fratelli, tenuto consiglio, stabilirono concordemente di ungere con aromi e balsami il corpo del santo perché potesse conservarsi incorrotto a devozione dei fedeli; e, chiamato chirurgo maestro Andrea, gli andarono tale operazione e gli assegnarono quali aiutanti Bonagrazia di Bartolo e alcuni fratelli. I prescelti e i fratelli incaricati di tale ufficio vi pongono mano con ardente devozione e coraggiosa fede. Appena aperto il corpicciolo deI santo uomo, la casa si riempie di tanto profumo che come affermavano i monaci Alberto e Benedetto e anche il sunnominato Bonagrazia di Bartolo, nessuno lo avrebbe creduto. Non è da farsi meraviglia quindi se estrassero con somma riverenza dal corpicciolo aperto le viscere che avevano sorretto una persona così nobile, dotata cioè della grazia divina, e le nascosero in un luogo segreto, conosciuto da pochi. Dopo questi fatti, una folla di gente di ambo i sessi accorre al corpo del santo, accorre il clero e accorrono con somma vene razione da ogni parte delle province vicine. E per evitare tu multo di popolo non si poté procedere alla sepoltura del santo prima di tre giorni e non senza che si verificasse un altro evi dente miracolo.

38. SANGUE USCITO MIRACOLOSAMENTE DOPO TRE GIORNI DAL DITO DI UN PIEDE

Proprio il terzo giorno nel quale il venerabile corpo doveva essere seppellito una religiosa donna, accesa di devoto zelo, per poter avere con sé qualcosa del corpo del santo uomo, prese un coltello e tagliò di nascosto una particella del dito grosso del piede sinistro. Cosa mirabile! Subito dalla incisione uscì in abbondanza sì vivido sangue da sembrare che emanasse non da un corpo esanime ma vivente. Subito ella se ne fuggì, assai spaventata al vedere il miracolo e anche per evitare lo sdegno del glorioso confessore; poi, passato un breve intervallo, umilmente confessò la sua audacia. Dopo ciò, con cantici e con la dovuta venerazione fu sepolto quel corpo santo e degno d'onore, la cui santità è illustrata sommamente da numerosi miracoli, poiché alla sua tomba la divina benevolenza per i meriti del santo uomo concede agli zoppi di camminare ai ciechi la vista, ai sordi l'udito (104), agli indemoniati la liberazione e la guarigione a quanti sono oppressi dalle più varie infermità.

39. UNO ZOPPO RISANATO

Uno zoppo di Collamato, tale dal seno di sua madre e ormai sui vent'anni, fu portato dai parenti al sepolcro del santo uomo. Egli con insistenti preghiere chiedeva la grazia della guarigione a Dio onnipotente per i meriti del glorioso confessore di Cristo Silvestro. Si fermò per tre giorni presso il sepolcro di lui, aspettando che gli venisse concesso quanto domandava. L'ultimo giorno, nel sonno, sentì d'aver ricevuto la grazia per i meriti del santo. E il nobiluomo signor Rolando, originario di Parma, allora podestà del castello di Fabriano, per devozione lo ritenne presso di sé durante quell'anno.

40. UN ALTRO ZOPPO RISANATO

Un altro zoppo, un fanciullo del castello di Matelica, venne portato dal padre in una larga cesta (105) sopra un asino al sepolcro del santo e il padre si fermò otto giorni interi presso la tomba, raccomandandolo al santo uomo. L'ottavo giorno i fratelli, mentre si trovavano nel refettorio a mangiare, sentirono suonare le campane dell'oratorio a ritmo molto svelto; mandarono alcuni degli inservienti a chiedere la ragione dello scampanìo. I fratelli trovarono il padre del fanciullo che stava baciando tutto il pavimento della chiesa e diceva ad alta voce: « FrateIli, ringraziate Dio e il beato Silvestro, ringraziate per l'ineffabile beneficio concessomi da Dio per i meriti del suo santo, poiché mi ha reso il figlio perfettissimamente risanato ». Così i frateIli rimandarono a casa, senza l'aiuto di altri, sano e salvo il fanciullo che avevano accolto zoppo nell'oratorio.

41. L INDEMONIATO GUARITO PER TRE VOLTE

Un indemoniato di Fabriano di nome Sallolo, condotto al sepolcro del santo uomo, fu subito risanato per i meriti di lui; ma, tornato a casa, la notte seguente fu ancora invasato dai demoni. Venne nuovamente condotto al monastero di Montefano e i demoni, che erano cinque, esorcizzati per i meriti del uomo di Dio, si ritirarono loro malgrado forzatamente. Tornò dunque a casa quell'uomo liberato, ma la notte seguente i demoni presero di nuovo possesso di lui. I suoi parenti e i vicini erano oltremodo desolati; i demoni, interrogati in nome di Cri sto, diedero questa risposta: « Quante volte lasceremo quest'uomo per i meriti di Silvestro, altrettante volte torneremo in lui e lo tormenteremo più crudelmente no a quando egli non si sarà consacrato per sempre al servizio dei monaci di Silvestro ». Venne condotto allora per la terza volta alla tomba del santo uomo ed essendone completamente liberato, ivi spese il resto della sua vita nel servizio dei fratelli.

42. UNO STUDENTE D'OLTRALPE GUARITO A BOLOGNA

Un mercante chiamato maestro Gualtiero, che nutriva fiducia e ardente devozione verso il confessore di Cristo Silvestro, prese alloggio a Bologna in un ospizio dove da lungo tempo giaceva ammalato uno studente d'oltralpe. Il corpo di questi si era così gonfiato che, ormai dato per spacciato dai medici, tutti ne aspettavano una morte crudele da un giorno all'altro. Il cuore del pio uomo maestro Gualtiero fu preso da una grande e amorevole compassione ed egli, avvicinatosi all'ammalato, gli rivolse queste parole: « Carissimo fratello, nella mia patria c'è un santo mirabile e io sono convinto che otterrai da lui la grazia della guarigione se da questa sera ti raccomanderai a lui devotamente, perché nelle nostre parti per i meriti di tal santo ogni giorno diversi infermi ricevono la grazia da Dio ». Quegli si sentì rinvigorito nella fede e si accese di fervida devozione alle parole di esortazione e di conforto dello zelante e saggio uomo maestro Gualtiero; e spinto dalla necessità derivante dall'orribile infermità, quella sera stessa si raccomandò umilmente a Dio per i meriti del santo uomo. La divina misericordia in quella notte stessa riguardò dal l'alto il malato; ed ecco apparirgli il santo, rivestito dell'abito che indossava in vita e portando in mano il bastone che era solito usare per sostenere la sua vecchiaia. Egli si rivolse al ma lato dicendogli: «Salve, figlio, che cosa vuoi da me? ». Egli. tutto contento per la grazia di tanta visita, rispose « Ti chiedo, o Santo di Dio, che a me oppresso da sì grave infermità tu con ceda la guarigione. Non disprezzare le preghiere di chi a te si raccomanda, perché da parte dei medici non ho più alcuna speranza ». Il glorioso confessore di Cristo Silvestro toccò allora con mano pietosa tutto il corpo del malato cosi orribilmente tumefatto e subito ne cacciò ogni gonfiore e infermità. « Alzati», gli disse poi il glorioso santo, « perché non ti coglierà mai più simile malattia ». E quegli, svegliatosi, si alzò con tanta facilità da sembrare che non fosse mai stato malato. Chiamò a gran voce il suo amico perché accorresse, dicendo che egli si sentiva perfettamente guarito. Maestro Gualtiero non credeva assoluta mente, ani pensò che fosse impazzito. Si alzò comunque in fretta, corse dal malato e lo trovò non più gonfio e pienamente guarito. Ne godette immensamente maestro Gualtiero e, tornato in patria, raccontò tale miracolo nell'assemblea di tutto il popolo fabrianese.

43. UN INDEMONIATA GUARITA SOPRA LE VISCERE DEL SANTO UOMO

Le viscere del santo uomo, come è stato detto, furono nascoste in un luogo segreto dell'antica chiesa conosciuto da pochi, ma per volere divino non poterono rimanere nascoste a lungo. Fu infatti condotta una donna indemoniata presso il sacro corpo; forzata ad entrare nell'antica chiesa, non appena si avvicinò al luogo dove erano conservate le viscere del santo uomo, i demoni cominciarono a tormentarla con estrema violenza. Costretti con scongiuri dai fratelli del monastero a dire perché si accanissero con tanto furore contro la donna, i demoni digrignando i denti diedero questa risposta: «Vi sono in questo monastero alcuni fratelli i quali non vogliono rivelare ciò che è tenuto nascosto qui sotto ». Costretti da un nuovo scongiuro, dissero ancora: « Qui sono celate le viscere di Silvestro da cui siamo incessantemente bruciati e consumati ». Dopo queste parole, la donna fu guarita.

44 APPARIZIONE DEL SANTO UOMO AL MEDICO MAESTRO PRISCIANO

Ritengo che non sia assolutamente da passare sotto silenzio quello che accadde a Fabriano per i meriti del venerabile padre san Silvestro. Dopo la celebrazione del concilio generale di Lione al tempo di Gregorio X, fra Bartolo, terzo priore generale, e i fratelli, desiderosi vivamente di rinunciare alla pratica della questua, stabilirono di vivere in comune dei propri beni secondo la regola di san Benedetto e il privilegio di conferma dell'Ordine. Ma poiché le sostanze che avevano non erano sufficienti per un de coroso sostentamento, ricorsero al comune di Fabriano perché Si prendesse un provvedimento in loro favore. Nel consiglio generale del comune fu deliberato che fosse benignamente devoluta al priore e ai fratelli l'intera somma necessaria per l'acquisto di altri possedimenti. All'elargizione di tale somma si oppose l'ingordigia del signor Guinicello da Bologna, allora podestà di Fabriano; la dilazione di tale versamento di denaro riusciva di grave danno ai fratelli per la mancanza di viveri. Il podestà non si era lasciato convincere al pagamento della somma e alla convocazione del consiglio per tale affare né dalle preghiere insistenti dei fratelli né da quelle di parenti e amici. Il priore, vedendo ormai perduta ogni speranza di aiuto umano, ricorse all'intervento di Dio e del beato Silvestro, pro mettendo al santo, alla presenza dei monaci riuniti in capitolo, che se il pio desiderio suo e dei fratelli avesse conseguito il risultato voluto, avrebbero esaltato il santo e il suo corpo con lodi e onori quanto più possibile. Uscendo dal capitolo, si reca rono in chiesa piangendo e recitando le litanie e si accostarono alla tomba con la massima devozione. Subito dopo, preso un po' di cibo, il priore e altri cinque fratelli scesero in città per cercare di ottenere quanto sopra è stato detto. Interrogati gli amici circa la possibilità di placare il podestà, vennero a sapere che non c'era più speranza di ottenere gli aiuti richiesti. Il priore, diventato più triste del solito, insieme ai fratelli insistette più fervorosamente presso il santo con assidue preghiere. Ed ecco che la notte seguente, dopo il canto del gallo, maestro Prisciano, medico, molto devoto del santo, uscito dalla sua casa che era contigua a quella dei fratelli, bussò alla porta chiamando ripetutamente e dicendo: « Aprite, fratelli, che io son Prisciano che vi reco notizia delle meraviglie del Signore da celebrare »; e, quasi pazzo dalla gioia, cominciò a raccontare ciò che aveva udito e veduto in sonno: « Rallegratevi, fratelli ed esultate(106) perché presto sarà pienamente appagato il vostro desiderio. Difatti poco fa mi è apparso in sogno il beato Sil estro, portava in mano un bastone, aveva gli occhi di fuoco e il volto come quello di un priore pieno di sdegno e così mi ha parlato: ' Lasciatemi, che voglio andare a suonare la campana per riunire il consiglio e voglio vedere chi sarà contrario a me e ai fratelli, si che non venga appagato il loro desiderio '. E nel dir questo, pareva che sul serio andasse con impeto deciso al consiglio e ivi ottenesse veramente quanto i fratelli desideravano. Dopo ciò, dalla gioia mi sono svegliato e mi sono subito alzato per riferirvi tutto. Perciò, fratelli, non abbiate alcun dubbio:. sono certo che presto, per i meriti del santo uomo, avrete tutto quello che attendete tanto ansiosa mente ». Udendo queste cose, il priore e i fratelli, non riuscendo a frenare le lacrime, piangevano per la gioia che provavano sia loro sia chi raccontava. Fattosi giorno, i fratelli si recarono al palazzo del comune. All'ingresso incontrarono proprio il podestà, il quale con volto lieto e fare benigno rivolse loro queste parole « Benvenuti, fratelli, benvenuti! Tornate indietro a chia mare il vostro priore che venga subito perché avrete tutto ciò che il vostro cuore desidera ». I fratelli, tutti contenti, tornarono dal priore, riferirono le parole udite e lo condussero con loro. Si riunì subito il consiglio comunale ed essi, per i meriti del mirabile confessore Silvestro, ottennero pienamente quanto era stato desiderato e atteso per si lungo tempo, come preannunziato dal medico Prisciano.

45 GUARIGIONE DI UN FRATELLO CHE SOFFRIVA CRUDELI CONTORCIMENTI

Il santo uomo lasciò dietro di sé un altro discepolo e sud dito, chiamato fra Benvenuto, oriundo di Piticchio, il quale ascese a tanta grazia di purezza e di perfezione che i suoi meriti e le sue opere erano gradite non solo a Dio ma anche agli uomini. Benché fosse di una semplicità di colomba e completamente il letterato, attirava gli altri alla devozione con l'esempio di una vita perfetta. Era infatti uomo di tanta orazione e contemplazione da sembrare che avesse l'animo non qui sulla terra ma nel cielo. E poiché si dedicava assiduamente alla preghiera e aveva distolto il cuore completamente dalle cose carnali e mondane, il maligno spirito lo perseguitò a lungo e in vari modi. Così più volte lo trasportò violentemente da un luogo all'altro con l'intenzione di distoglierlo dalla continua orazione; e se talvolta, durante la preghiera, era preso dal sonno notturno, cambiava luogo ma non il nemico che lo assaliva (117) Siccome poi si con cedeva solo raramente un po' di riposo sul suo lettuccio, tra scorreva per lo più le notti senza dormire, appoggiandosi spesso a una parete o a una panca. Infine, sei anni dopo la morte del santo uomo Silvestro, mentre attendeva alle vigilie notturne, spinto dal demonio precipitò dal solaio del monastero nell'eremo di Montefano. L'amico di Dio sopportò tutto questo con pazienza; sopravvisse dieci giorni, poi raggiunse gloriosamente il termine delle sue fatiche Tra i molti miracoli che Dio operò per suo mezzo, ne riferirò qui uno al quale si trovarono presenti il predetto servo di Dio e anacoreta Silvestro e Benvenuto insieme a molti altri (108). Un giovane fratello di nome Samuele, nato a Bovicelli di Sassoferrato, era crudelmente tormentato da una malattia incurabile che o una volta all'anno o una volta al mese o più volte alla settimana lo travagliava in modo tale che, se due o tre fratelli premevano il suo corpo e le sue gambe, venivano scagliati lontano dalla violenza del male. Per questo egli chiamava spessissimo in aiuto il beato Silvestro e il santo Benvenuto sopra ricordati. Nell'anno in cui mori san Benvenuto, quell'atroce male cominciò a tormentare ogni giorno fra Samuele tanto che si pensava ne sarebbe morto in breve tempo. Un giorno che era travagliato più dolorosamente rimase mezzo morto; i fratelli ne erano addolorati moltissimo perché il giovane era amato da tutti. Egli nei suoi dolori invocava con maggior frequenza i predetti santi, dicendo: « O santo Silvestro, o santo Benvenuto, soccorretemi, affrettatevi ad aiutarmi! ». Ed ecco, all'improvviso, dopo che si era appena addormentato, apparve san Benvenuto vestito di bianco. Al vederlo fra Samuele disse: « O servo di Dio Benvenuto, perché, nonostante ti abbia invocato tante volte, non sei venuto ad aiutare un tuo devoto? Sai bene quanta devozione ho avuto sempre verso di te. Aiutami, ti prego, contro questo crudelissimo tormento ». Il santo gli rispose con queste parole: « Nei prossimi otto giorni non morirai; dopo il nono e il decimo giorno saremo con te ». Svegliatosi, egli riferì con molta serietà al suo priore generale, Bartolo, lì presente e ai confratelli quanto gli era stato detto. Si diffuse subito tra i fratelli la voce (109) che fra Samuele sarebbe morto l'undicesimo giorno, mentre alcuni pensavano che lo stesso giorno sarebbe guarito. E la convinzione di cui si è detto sopra si diffuse non solo tra i monaci ma anche fra i secolari e i cittadini di Fabriano che aspettavano con grande ansia che cosa l'undicesimo giorno la mano di Dio avrebbe ope rato sopra l'infermo. Frattanto il paziente fu preso da un grave attacco del male, anzi il giorno previsto esso infierì tanto su di lui che sembrava rimanesse privo di sensi. il saggio giovane perciò rifletté salutarmente nel miglior modo possibile sul pericolo di una morte quasi certa e, postisi davanti agli occhi della sua coscienza tutti i peccati che aveva commessi fin dalla sua prima età, li manifestò tra le lacrime in confessione al priore generale; pensava infatti che sicuramente sarebbe morto se in quel giorno l'avessero assalito di nuovo i soliti dolori. Fatta la confessione e ricevuta la grazia dell'assoluzione, fu preso dal sonno, mentre furono incaricati di rimanere ad assisterlo fra Francesco Peduli da Osimo e un altro fratello. Ma la divina bontà, la quale non permette che i suoi servi siano provati più di quanto possano sopportare (110) lo riguardò subito con occhio di benevolenza e mandò a guarire l'infermo i predetti santi, vestiti di bianco, e fra Giuseppe, secondo priore generale, quale padre insieme ai suoi gli. San Benvenuto cinto di una fascia e con dei vasetti si avvicinò all'infermo e pose la sua mano sul suo ventre dicendo: « Venga sant'Ugo buon chirurgo, che sa bene incidere le ferite e curarle ». Apparve subito sant'Ugo e, preso un coltello, sembrò praticare nell'addome del l'infermo un gran foro da cui uscirono tutte le viscere, le quali furono raccolte in un catino che teneva in mano fra Giuseppe. Tra le viscere vi era un budello più nero di tutti, di cui san Benvenuto disse: « i proprio qui la radice e l'essenza del male ». Quindi lo espurgò ben bene e lo lavò separatamente dalle altre viscere; poi prese delle polveri dai vasetti e le sparse sopra quelle viscere, che rimise al posto da dove le aveva estratte. In fine, ponendogli la mano sul ventre, disse al paziente: « Figlio, se ti fossi confessato prima sinceramente e integralmente, di certo saresti stato liberato prima da questo tormento. Rendi ora grazie a Dio perché sei perfettamente guarito e il male non ti toccherà e non ti tormenterà più. Sforzati d'ora in avanti di essere grato al Signore e di piacergli con maggiore impegno » Svegliatosi immediatamente per la gioia della ricevuta guarigione, Samuele si levò con tanta sveltezza, egli che prima non poteva nemmeno voltarsi nel letto senza l'aiuto di altri, tanto che rimasero stupefatti e allibiti gli addetti alla sua assistenza. Egli tremando disse loro: « Chiamate, chiamate il priore e i fratelli perché vengano a sentire le meraviglie di Dio ». Allora uno di quelli che lo assistevano, dimentico anche della gravità religiosa, corse dal priore e dai fratelli e disse loro: « Venite, venite ad udire i miracoli di Dio, perché fra Samuele è perfettamente guarito e manda a chiamarvi ». Subito si recarono da lui il priore e i fratelli, con Artenisio e Biagio i Piccolo e molti altri secolari che erano venuti per attendere con curiosità l'esito di tutta quella vicenda e appresero da lui con grande serietà come si era svolto il miracolo. E tutti, non riuscendo per la gioia a frenare le lacrime, alzarono la voce nel canto del « Te Deum » e insieme con lo stesso fra Samuele scesero nell'oratorio per ringraziare Dio.

46. DATA DEL SUO FELICISSIMO TRANSITO

Affinché non vada perduto nella memoria degli uomini il giorno della beatissima morte del confessore e mirabile eremita Silvestro, ho ritenuto opportuno, dopo aver scritto la sua vita, aggiungerlo a perenne ricordo. Dunque l'anno del Signore 1267, il 26 novembre, deposte le spoglie mortali fu chiamato alla vita eterna, per regnare con Cristo e tutti i santi. E a coloro che ricordano i suoi meriti venerandi e a tutti i fedeli conceda di pervenire alla vita eterna il Salvatore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, che è benedetto nei secoli. Amen.

47 COME SI EBBE MIRACOLOSAMENTE IL TESORO DEL LATTE DELLA MADRE DI DIO CON ALCUNE RELIQUIE DI SANTI GUARIGIONE MIRACOLOSA DI UN UOMO A ROMA AL TEMPO DEL SANTO ED EFFICACIA DI TALE LATTE SU COLORO CHE DEVOTAMENTE LO CONTEMPLANO

L’imperscrutabile profondità della provvidenza divina che si estende a tutte le genti e a tutte le creature senza abbandonarle mai, ha permesso per un suo misterioso disegno che la Terra Santa al di là del mare, terra che produce latte e miele (111), dovesse essere negli ultimi tempi calpestata dai piedi dei nemici della fede. Tuttavia ha disposto, con mirabile favore, che rimanessero al di qua del mare nelle regioni occidentali, per la pia devozione e consolazione dei fedeli, le reliquie preziosissime non solo del re celeste Cristo Gesù e della Madre sua, la vergine gloriosa, ma anche dei gloriosi apostoli e dei santi più insigni. Chi, ad esempio, vorrà sostenere che l'illustre città di Roma non sia stata arricchita, oltre che delle reliquie di alcuni altri apostoli, dei corpi preziosissimi dei principi degli apostoli? Essi, uno con la gloria della croce, l'altro con la decapitazione, la sublimarono fino all'apice del più eccelso onore tanto che da tutti i popoli della terra sono visitati con frequenza i loro sepolcri per devozione verso di loro oltre che per la Sede Apostolica che è capo e maestra di tutti. Oppure chi ignora che le reliquie dell'atleta di Dio, il protomartire Stefano, il quale fu ucciso con la lapidazione, con evidente miracolo sono state riunite in uno stesso sarcofago con il corpo di Lorenzo che fu arso vivo? O ancora chi non si meraviglia che le venerande ossa di san Girolamo sacerdote e dottore della Chiesa riposano là in Roma in un Parlino pure gli abitanti della regione più rivolta verso il tramonto del sole e dicano chiaramente e si glorino perché essi sono stati arricchiti dei corpi, insieme a tanti altri, delle sorelle della Madre di Cristo, di Maddalena, tanto a lui devota, di Marta che lo accolse in casa, di Lazzaro che egli richiamò dal sepolcro dopo quattro giorni dalla morte. Gridino inoltre gli abitanti della zona occidentale più estrema, i quali gioiscono per il sepolcro del glorioso apostolo Giacomo, Figlio di Zebedeo e segretario di Cristo, a cui accorrono incessantemente tutti i popoli della terra. Fra le reliquie di Cristo re e della sua Madre si conservava in Betlemme quella del preziosissimo latte col quale la beata Vergine allattò il Salvatore nella sua tenera infanzia. Ma affinché la sfrontata impudenza dei Saraceni non potesse ritrovare un tesoro così prezioso e non lo trattasse indegnamente, il Signore volle che venisse in mano e in custodia dei fedeli, nel modo seguente. Il sommo pontefice papa Gregorio IX, di venerata memoria, aveva desiderio ardente e impaziente di possedere delle reliquie, soprattutto quella del latte della vergine e Madre di Dio. Egli scrisse delle lettere al patriarca di Gerusalemme e in vari luoghi della Terra Santa per avere tale tesoro e, sigillatele, inviò alcuni messi fidati e discreti, perché il suo desiderio fosse più sicuramente appagato I messi, ricevuto il mandato, fecero vela verso le parti orientali e la Terra Santa; e in Betlemme, ove nacque il vero sole di giustizia(112), trovarono del latte della Madre sua; poterono ottenerlo facilmente sia per l'autorità del sommo pontefice sia per le loro umili preghiere e, tutti lieti, se ne tornarono con esso dal papa. Il sommo pontefice poi ricevette con riverenza e grande gioia il tesoro lungamente desiderato. Né è da passare sotto silenzio quanto dicevano i suddetti messi pontifici e lo stesso papa, che cioè alla presenza di un tanto tesoro spesso udirono canti angelici il cui ascolto li dilettava con ineffabile dolcezza. Quando il papa morì, come accade di solito alla morte dei signori e dei prelati che si asporta tutto ciò che si può, i suoi familiari e domestici, presi da cupidità e ingordigia, si appropriarono indebitamente di moltissime cose senza riguardo né per le sacre né per le profane. Tra di loro ve ne fu uno di Roma, speziale dello stesso papa, chiamato Angelo di Berardo, la cui casa si trovava dopo S. Angelo in Pescheria nella via che conduce al Campidoglio. Nelle sue mani capitò a caso un cassetta di legno prezioso ornata con fini lavori di avorio, la quale conteneva il tesoro del latte della santissima Madre di Dio con altre reliquie del Signore e dei santi; ciò avvenne, credo, perché fosse tramandato in seguito ai fedeli il miracolo qui sotto narrato e perché quel tesoro, per divina disposizione, fosse venerato più universalmente Il predetto Angelo credeva che la cassetta racchiudesse anche altre ricchezze corruttibili. Asportatala dunque con il te soro e le preziose reliquie che conteneva, egli la collocò nella parte più decorosa della casa e cercò di prestare loro tutta la riverenza che poteva. Ma poiché non era conveniente che sì prezioso tesoro rimanesse in case di secolari, Angelo cadde in una grave infermità che lo fece languire a letto per quattordici anni e da cui fu poi guarito miracolosamente nel modo narrato qui appresso. Dunque, l'anno del Signore 1260 o 1 intorno, il venerabile padre Silvestro da Osimo, fondatore dell'eremo e dell'Ordine di san Benedetto di Montefano nella diocesi di Camerino, fu co stretto da alcuni invidiosi ad andare presso la curia romana dove era accusato, già fin dagli inizi della sua santa fondazione, di aver istituito un nuovo Ordine e un nuovo abito; andò perciò a Roma e, come vero israelita nel quale non c'era inganno (113) per divina provvidenza meritò di riportare non la pena ma la grazia. Difatti il papa Innocenzo IV gli concesse il privilegio di conferma della Congregazione; e l'arciprete e i canonici della basilica del principe degli apostoli gli diedero in donazione anche la chiesa di S. Giacomo di Settimiano, facendone redigere pubblico istrumento Il venerabile padre Silvestro si diede con ardore insieme ai suoi fratelli a restaurare la chiesa di S. Gia como che era cadente, povera e priva del ministero di sacerdoti che la officiassero A tale costruzione e restauro Dio provvide dal cielo e, per i meriti di san Giacomo apostolo, toccò in modo misterioso gli animi degli uomini e delle donne di tutta la città, che contribuirono all'edificazione non solo con varie e molteplici offerte, ma anche lavorando di persona. E poiché, per i meriti del glorioso apostolo si manifesta rono lì molti miracoli che disgraziatamente non sono stati posti per iscritto ho deciso percio di annotarne qui almeno uno, a ricordo lei posteri, in onore della Vergine gloriosa per i cui meri i si ebbero così prodigiosamente le preziose reliquie, in onore di san Giacomo e affinché si accresca la fede e la devozione Il suddetto Angelo, dunque, speziale del papa, di cui abbiamo narrato sopra che era da lungo tempo infermo, sentì dire che con tanto devoto slancio si stava riparando la chiesa di S. Giacomo; il suo animo allora cominciò ad ammirare la cosa e ad entusiasmarsi per tale opera. Or avvenne per divina disposizione che una notte, mentre egli dormiva, gli apparve in sogno il beato apostolo Giacomo e gli disse: « Infelice! Giusta mente hai sofferto per tanti anni questa infermità da cui tuo malgrado sei tormentato, perché non ti era lecito ritenere questo prezioso tesoro del latte della Madre di Dio e le altre reliquie conservandole in case di secolari. Per questo ha infierito contro di te l'ira di Dio e della Madre sua; e non potrai essere liberato se quegli oggetti santi e degni di venerazione che tieni non li porti alla mia chiesa che ora si sta riparando e non li consegni devotamente nelle mani del servo di Dio Silvestro. « Alzati subito », aggiunse « e va' con il detto tesoro e offrilo perché questa è la volontà del Signore e della Madre sua ». Angelo, preso da terribile timore e insieme da grande meraviglia, fattosi giorno, si alzò, riferì a quei di casa il comando dell'apostolo, ma trascurò di adempirlo. La seconda notte l'apostolo gli apparve nuovamente mentre dormiva e, rivolgendogli la parola con più terribile cipiglio, gli diede lo stesso ordine di prima, aggiungendo al comando le minacce. Svegliatosi, l'uomo narrò con tutta serietà alla famiglia e ai vicini le cose udite nel sonno, ma anche questa volta non si curò di eseguire l'ordine dell'apostolo. La terza notte mentre egli dormiva, il santo apostolo gli apparve con aspetto più terribile delle altre volte e, come gravemente offeso, lo afflisse senza misericordia non solo con dure parole ma anche con battiture ancora più aspre inferte con un bastone da pellegrino Si lamentava quegli a gran voce emettendo alte grida per i dolori e le percosse inflittegli. A tanto chiasso l'intera famiglia si svegliò e sia lo stesso Angelo sia i figli e i familiari videro tutta la casa illuminata da vivissimo splendore e l'apostolo di Dio Giacomo sotto forma di pellegrino che camminava su e giù con un bastone in mano. Tutti domandarono ad Angelo perché fosse uscito in grida cosi forti ed egli rispondeva mostrando le lividure e le ferite che apparivano sul corpo: « Queste me le ha fatte l'apostolo di Dio Giacomo, i cui comandi più volte ho trascurato di eseguire e che ho anche veduto camminare per la casa ». Da questo fatto egli e gli altri capirono che non si era trattato di vani sogni ma di un'ispirazione divina e di una rivelazione della volontà della Madre di Dio e dell'apostolo. Fattosi giorno, Angelo riunì quali testimoni i vicini e i parenti in numero di quasi duecento e, preso il vasetto con il latte della Madre di Cristo e le altre reliquie, si fece portare nel più breve tempo possibile e con timore e riverenza alla chiesa di S. Giacomo di Settimiano; e, trovato ivi il padre Silvestro servo di Dio, depose nelle sue mani e sull'altare della chiesa le sacre reliquie. Poi narrò per ordine e sotto giuramento tutto ciò che aveva sofferto nel sonno e le percosse che aveva ricevuto, in presenza dei testimoni, come anche del reverendo Giordano de Alperinis canonico della basilica del principe degli apostoli, dei monaci fra Gerardo da Sassoferrato, fra Tommaso da Sterleto, fra Pietro da Viterbo, fra Bene da Montesecco, fra Libertino da Rovellone, fra Daniele da Osimo, fra Bernardo di Augurato, fra Pellegrino da Fabriano, fra Umile da Perugia, fra Bono, fra Mat teo da Moscano, fra Filippo da Sigillo, fra Francesco da Osimo e molti altri fratelli che facevano parte di quella comunità, come anche di Pietro di Angelo mugnaio, di Pietro di Schiffo e di Sasso di Sufflallo fra gli altri secolari. La notte seguente ad Angelo apparve l'apostolo e lo riprese aspramente perché non aveva offerto la cassetta nella quale si conservava il tesoro della Madre di Dio e le altre reliquie, e gli ordinò di obbedire a tale comando. Spuntato il giorno, egli subíto si fece portare nella chiesa suddetta per offrire la cassetta. O mirabile clemenza di Dio misericordioso! O pia e compassionevole Madre di Dio Maria! O venerandi meriti dell’apostolo di Dio! Appena compiuta l'obbedienza con l'offerta della cassetta, il detto Angelo fu adombrato da tanta potenza divina (114) che tutto il suo male di s lunga durata e ogni dolore delle lividure e delle ferite subito lo lasciarono in quello stesso giorno; affinché da ciò si comprendesse che quanto era accaduto si doveva attribuire a un intervento divino e da così grande miracolo fosse corroborata la fede dei credenti. Il venerabile padre Silvestro poi, prendendo con discrezione parte del latte della gloriosa Vergine e delle altre reliquie, per l'attaccamento e lo speciale affetto che aveva per il cenobio di Montefano e per gli abitanti di Fabriano, lo portò con sé, la sciandone lì a Roma la quantità maggiore. Non credo in verità che sia impossibile presso la dispensatrice della grazia ciò che tramanda la tradizione degli antichi; che cioè, se qualcuno con cuore puro e devoto guarda quel prezioso tesoro del latte della Vergine gloriosa, non dovrà temere in quell'anno una morte improvvisa di qualsiasi specie. Questo voglia concedere a tutti Colui che si degnò di scegliere la Vergine gloriosa, prediletta tra ogni creatura, come madre sua e come propizia avvocata dei peccatori. Amen.

Non senza ragione perciò consiglio a tutti di servirsi della seguente orazione quando viene mostrato il prezioso tesoro.

ORAZIONE

O Dio, allontanarsi da te vuol dire perdersi e ritornare a te vuol dire risorgere convertici a te affinché, per l'aspersione del sangue del figlio tuo il Signore nostro Gesù Cristo, e per i venerabili meriti della Madre sua, la Vergine gloriosa, e degli altri santi di cui si conservano qui le reliquie, siamo liberati da ogni genere di morte improvvisa e dai pericoli dell'anima e del corpo e possiamo giungere alla vita eterna. Amen.

Orazione tradizionale e ufficiale per molto tempo, fino allariforma del Vaticano II

Clementissime Deus, qui Sanctum Sillvestrum Abbàtem saeculi huius vanitatem in apérto tùmulo pie meditàntem_ad eremum vocàre, et praeclàris vitae méritis decoràre dignàtus es : te sùpplices exoràrnus ;ut eius exémplo terrena despicientes, tui consòrtio perfruàmur aetérno